Il Faro di Punta Palascia va in concessione: ma i conti del Comune reggono?
Un bene pubblico iconico, un bando appena aperto, un Piano Economico Finanziario che merita qualche domanda — e qualcuno a cui farle
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
«La Costituzione non è una macchina che si mette in moto da sé: ci vogliono ogni giorno i meccanici.» — Piero Calamandrei, Discorso agli studenti di Milano, 1955
Un patrimonio che appartiene a tutti
Punta Palascia non ha bisogno di presentazioni. Il punto più orientale d’Italia, dove ogni mattina l’alba tocca terra per prima, è uno di quei luoghi che appartengono alla coscienza collettiva di un territorio prima ancora che al suo catasto. Un promontorio, un faro, un simbolo che il Salento riconosce come proprio — e che il resto dell’Italia guarda con ammirazione ogni volta che qualcuno ne parla.
Il 28 aprile 2026, con Delibera di Giunta Comunale n. 89, il Comune di Otranto ha avviato la procedura di gara per affidare in concessione la gestione del Faro di Punta Palascia a un soggetto privato. L’atto porta la firma del Sindaco Francesco Bruni, avvocato, già Senatore della Repubblica nel 2013. Era assente il Vice Sindaco Cristina De Benedetto.
La concessione dura due anni, con opzione di rinnovo per altri due. Il concessionario gestirà il museo interno, un ostello da dieci posti letto, un punto ristoro. In cambio, pagherà al Comune un canone annuo minimo di 15.000 euro, su cui dovrà fare un’offerta al rialzo.
È una procedura pubblica e trasparente, aperta a chiunque voglia partecipare. I documenti — Capitolato, Piano Economico Finanziario, Delibera di Giunta — sono accessibili sul sito istituzionale del Comune. Leggerli con attenzione è un esercizio che chiunque può fare. Noi lo abbiamo fatto.
Non è la prima volta che ci chiediamo come il Comune di Otranto gestisce i suoi beni pubblici. Abbiamo già scritto del waterfront, del CIS, del modello partecipativo della Provincia contrapposto ad altri approcci meno trasparenti. Il Faro di Punta Palascia è lo stesso schema, su un palcoscenico più simbolico.
Il Piano Economico Finanziario: cosa c’è scritto
Ogni concessione pubblica deve essere accompagnata da un Piano Economico Finanziario — il PEF — che dimostri la sostenibilità dell’operazione per chi la gestisce. Non è un documento di stile: è la prova matematica che i conti reggono.
Il PEF allegato al bando stima un fatturato annuo di 196.950 euro e un utile netto, dopo costi di personale, gestione, ammortamenti e canone comunale, di 34.653 euro. Lo stesso importo, uguale, per tutti e quattro gli anni di concessione. Varianza zero.
È un risultato che presuppone, contemporaneamente: che il museo attiri 35.000 visitatori paganti ogni anno a un biglietto medio di 2,20 euro; che l’ostello raggiunga un’occupazione media annua del 60%; che il punto ristoro incassi 380 euro al giorno in estate con panini, caffè e insalate, in un sito raggiungibile solo in auto su strada provinciale. Ogni anno. Senza variazioni.
Lo stesso PEF ammette la propria base di partenza: «Il valore della concessione è stato determinato, non avendo uno storico di riferimento, sulla base di una stima del fatturato globale». Non ci sono dati storici. La stima parte da zero. Chi ha verificato che quelle ipotesi siano realistiche, e non semplicemente comode?
Trentacinquemila visitatori paganti: da dove viene questo numero?
Il biglietto intero è fissato a 3 euro, ma il Capitolato prevede l’ingresso gratuito per minori di 12 anni, persone con disabilità e accompagnatori, guide turistiche abilitate e — dato non secondario in un comune di piccole dimensioni — tutti i cittadini residenti a Otranto. Gruppi e scolaresche pagano 1,50 euro, i possessori dell’Otranto Card 2,00 euro.
Con queste categorie di gratuità, ottenere un biglietto medio reale di 2,20 euro richiede che la grande maggioranza degli accessi paganti sia composta da turisti individuali a tariffa piena. Su 281 giorni di apertura annui — inclusi novembre e febbraio, quando il sito è pressoché deserto durante la settimana — il modello presuppone circa 125 visitatori paganti al giorno, tutto l’anno.
La domanda non è teorica: se quei 35.000 visitatori non arrivano, i ricavi del museo calano, il concessionario va in perdita, e il bene pubblico rischia di restare senza gestore o con un gestore in difficoltà. Chi risponde di una stima costruita senza un dato storico di riferimento?
Sessanta per cento di occupazione in un ostello isolato: è realistico?
L’ostello conta dieci posti letto in camerata. Il PEF prevede che venga occupato al 60% di media annua, a 30 euro a notte, per un ricavo di 50.580 euro l’anno.
Il 60% di occupancy rate medio annuo è una soglia che strutture ben posizionate, con anni di recensioni consolidate sulle piattaforme di prenotazione, faticano a raggiungere costantemente. Per un ostello che parte da zero, in un sito isolato su un promontorio, senza ristorante vero, senza trasporto pubblico, quel risultato nel primo anno richiederebbe una strategia commerciale solida e tempi di rodaggio che una concessione biennale non garantisce.
C’è poi un vincolo contrattuale che il PEF cita senza svilupparne le implicazioni economiche: il Capitolato obbliga il concessionario a garantire la totale disponibilità dei posti letto al Comune di Otranto dal 15 gennaio al 15 marzo e dal 15 novembre al 10 dicembre. Nei mesi riservati all’ente, il concessionario deve comunque mantenere il servizio aperto — con il relativo personale, i costi fissi, le pulizie — anche quando l’ostello non genera ricavi per lui. Questo costo non trova voce propria nel PEF. Chi l’ha quantificato?
Il punto ristoro: 380 euro al giorno con panini e caffè
Il Capitolato classifica il punto ristoro come esercizio «senza manipolazione complessa di alimenti»: panini, tramezzini, toast, insalate, piatti di salumi e formaggi, caffè e bibite. Niente cucina vera. L’attività danzante è vietata. La musica è consentita solo se non udibile oltre il perimetro del locale, in considerazione del fatto che il sito si trova nell’area del Parco Naturale Otranto–Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase.
Con queste limitazioni, il PEF stima 380 euro al giorno in estate e 90 euro al giorno nel resto dell’anno, per un totale annuo che supera i 69.000 euro. Il conto presuppone un flusso di visitatori costante verso un sito non servito da trasporto pubblico, in giornate di vento forte sul promontorio, di pioggia, di bassa stagione. Qualcuno ha mai aperto un punto di ristoro in un faro isolato e sa quanto siano attendibili queste stime?
L’acqua arriva in autobotte. I reflui escono con l’autospurgo
Il Faro di Punta Palascia non è allacciato alla rete idrica dell’Acquedotto Pugliese né alla rete fognaria pubblica. L’acqua potabile arriva tramite autobotti. I reflui vengono smaltiti tramite autospurgo. Entrambi i costi sono integralmente a carico del concessionario.
Nelle proiezioni del PEF, le utenze del punto ristoro sono stimate al 2% del fatturato bar — circa 1.387 euro annui. Quelle dell’ostello al 2% — circa 1.011 euro. Non esistono dati storici di riferimento, lo abbiamo già letto. Ma la voce «utenze» che include il rifornimento idrico tramite autobotti e lo smaltimento dei liquami tramite autospurgo per un ostello e un bar aperti 281 giorni l’anno appare sottodimensionata rispetto alla logistica effettiva di un sito così isolato. Chi ha fatto questa stima, e su quale base?
Il personale: cinque part-time per dodici ore al giorno
Il Capitolato fissa gli orari minimi di apertura: dalle 9 alle 21 dal 1 giugno al 31 agosto, tutti i giorni. Dodici ore consecutive, sette giorni su sette, per tutta l’estate. Il PEF prevede cinque dipendenti part-time al 50%, cioè 20 ore settimanali ciascuno: due al bar, uno alla reception dell’ostello, due al museo.
Cinque persone per 20 ore settimanali fanno 100 ore disponibili a settimana. Coprire museo, bar e reception contemporaneamente per 12 ore al giorno, sette giorni su sette — senza ferie, senza malattie, senza sovrapposizioni — richiede almeno il doppio. Il conto non torna aritmeticamente. Chi ha verificato la coerenza tra gli orari minimi imposti dal Capitolato e il dimensionamento del personale previsto nel PEF? E se il concessionario deve assumere più personale di quanto stimato, chi copre il disavanzo?
Gli investimenti restano al Comune
Il concessionario è tenuto a investire 40.000 euro in arredi per il punto ristoro prima di iniziare l’attività. A fine concessione — dopo due anni, o quattro se il rinnovo viene esercitato — quegli arredi, insieme a qualsiasi altra miglioria proposta in sede di gara, diventano di esclusiva proprietà del Comune senza rimborso né indennizzo. Il Capitolato è esplicito: «Tutti i beni acquistati dal Concessionario a titolo di miglioria… resteranno di piena ed esclusiva proprietà del Comune, senza che nulla sia dovuto al Concessionario».
Il rischio operativo, nel frattempo, è integralmente in capo al concessionario. Se i ricavi sono inferiori alle stime — stime costruite senza uno storico di riferimento, come lo stesso PEF ammette — l’Amministrazione non copre la differenza. Il privato perde. Il Comune incassa il canone, trattiene gli arredi, e rilancia eventualmente un nuovo bando.
Chi garantisce che questo schema tuteli davvero il patrimonio pubblico e non soltanto le casse comunali?
Un bene pubblico, una domanda pubblica
Il Faro di Punta Palascia è un patrimonio collettivo. La sua valorizzazione è un obiettivo che chiunque ami questo territorio condivide senza riserve. La scelta di affidarne la gestione attraverso gara pubblica è legittima. Ma la qualità di una gara pubblica si misura sulla qualità dei documenti che la accompagnano — e un Piano Economico Finanziario costruito su ipotesi ottimistiche, senza storico, con voci di costo che non tornano, non tutela il bene. Crea le condizioni perché il primo concessionario fallisca, il bene resti chiuso, e tutto ricomicci da capo.
La domanda non è chi vincerà questa gara. La domanda è: chi risponde, davanti ai cittadini di Otranto e del Salento, di come viene gestito uno dei luoghi più iconici del territorio nazionale?
Il bando è aperto. I documenti sono pubblici. L’amministrazione ha la possibilità di rispondere. Aspettiamo.
Da Salento Dinamico seguiamo da vent’anni la questione di come il patrimonio pubblico del Salento viene valorizzato — o consumato. Il Faro di Punta Palascia è il Salento nella sua forma più pura: bellezza straordinaria, responsabilità da costruire. I cittadini hanno il diritto di sapere se quella responsabilità viene presa sul serio.
Fonti: Delibera di Giunta Comunale n. 89 del 28 aprile 2026 — Comune di Otranto; Capitolato speciale d’appalto — procedura aperta per l’affidamento in concessione del Faro di Punta Palascia, ai sensi dell’art. 176 e ss. D.Lgs. 36/2023; Piano Economico Finanziario allegato B — Comune di Otranto, Settore Turismo Cultura e SUAP; Deliberazione di G.C. n. 316 del 12 dicembre 2025 — tariffe museo Faro di Palascia; L.R. Puglia 11 febbraio 1999 n. 11 e s.m.i. — disciplina ostelli per escursionisti; D.M. 9 aprile 2025 — Criteri Ambientali Minimi servizi di ristoro, G.U. n. 96 del 26 aprile 2025.










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