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Lo Stato italiano è davvero laico, o porta ancora i segni di un accordo firmato dal fascismo?

da 12 Maggio 2026Cultura, La Costituzione come Stella Polare0 commenti

Il settimo articolo della Costituzione, il voto più sorprendente della storia repubblicana, e il confine sottile tra rispetto e privilegio

di Francesco Giannetta — Maggio 2026


«La Chiesa non ha bisogno dei privilegi dello Stato per essere se stessa. E lo Stato non ha bisogno della Chiesa per essere giusto. La loro indipendenza reciproca è la condizione della loro dignità reciproca.» — Giorgio La Pira, costituente democristiano, 1947


Il paradosso di un articolo scomodo

Esistono articoli della Costituzione che mettono tutti d’accordo — quelli sui diritti fondamentali, sulla libertà, sulla dignità. E poi esiste l’articolo 7, che mise in imbarazzo quasi tutti nell’Assemblea Costituente e continua a farlo ancora oggi, per ragioni diverse ma ugualmente profonde.

«Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.»

Il primo comma è un principio di civiltà giuridica: Stato e Chiesa sono indipendenti e sovrani, ciascuno nel proprio ambito. Nessuno dei due comanda sull’altro. È la base di ogni democrazia liberale moderna. Fin qui, nessun problema.

Il secondo comma è dove comincia la storia complicata. Quei Patti Lateranensi che la Costituzione richiama per regolare i rapporti tra Stato e Chiesa furono firmati l’11 febbraio 1929 — da Benito Mussolini, in nome del Regno d’Italia, e dal cardinale Pietro Gasparri, in nome della Santa Sede. Sono, nella loro origine, un atto del regime fascista. Eppure l’Assemblea Costituente li ha incorporati nella Carta fondamentale della Repubblica antifascista. Come è possibile?

Il voto più sorprendente della storia repubblicana

Roma, 25 marzo 1947. L’Assemblea Costituente vota sull’articolo 7. Il risultato: 350 favorevoli, 149 contrari. Nella maggioranza che vota sì, insieme alla Democrazia Cristiana, ci sono i comunisti di Palmiro Togliatti.

È uno dei momenti più discussi — e più fraintesi — dell’intera storia repubblicana. Togliatti, il leader del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, vota per incorporare nella Costituzione un accordo firmato da Mussolini con il Vaticano. I socialisti di Pietro Nenni votano contro. Gli azionisti votano contro. Molti laici votano contro. I comunisti, no.

Perché? La spiegazione di Togliatti fu pragmatica e politicamente sofisticata: escludere i Patti Lateranensi dalla Costituzione avrebbe significato riaprire la questione romana, rimettere in discussione lo status della Chiesa, creare un conflitto con la DC e con i cattolici italiani — la maggioranza della popolazione — in un momento in cui la priorità era costruire una democrazia stabile. Il compromesso era necessario. La pace sociale valeva il prezzo.

Fu una scelta di realismo politico che ancora divide gli storici. Chi la difende dice che senza quel voto la Costituzione non sarebbe nata. Chi la critica dice che ha ipotecato la laicità dello Stato italiano per decenni.

Cosa sono i Patti Lateranensi e cosa hanno cambiato

I Patti Lateranensi del 1929 erano composti da tre documenti: un Trattato che riconosceva la sovranità della Santa Sede sullo Stato della Città del Vaticano e risolveva la “questione romana” aperta dal 1870, un Concordato che regolava i rapporti tra Chiesa e Stato italiano, e una Convenzione finanziaria che prevedeva un indennizzo alla Chiesa per la perdita dei territori pontifici.

Il Concordato del 1929 fu il più problematico: riconosceva effetti civili al matrimonio religioso, affidava l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, garantiva privilegi fiscali alla Chiesa, attribuiva al clero esenzioni dal servizio militare. Era, in molti aspetti, la codificazione di un rapporto privilegiato tra una religione e lo Stato — difficilmente compatibile con il principio di uguaglianza tra i cittadini.

Nel 1984, il Concordato fu rinegoziato dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi con la firma degli Accordi di Villa Madama. Molti privilegi furono ridimensionati: l’insegnamento della religione cattolica divenne facoltativo, il matrimonio civile fu equiparato a quello religioso, alcune esenzioni fiscali furono ridotte. Non fu una separazione netta tra Stato e Chiesa — ma fu un passo significativo verso una relazione più equilibrata.

Il confine tra rispetto e privilegio

L’articolo 7 stabilisce l’indipendenza reciproca di Stato e Chiesa. Ma l’indipendenza è una cosa, il privilegio è un’altra. E nel rapporto concreto tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, la linea tra i due è stata spesso attraversata.

L’otto per mille — il meccanismo fiscale che permette ai contribuenti di destinare una quota dell’IRPEF a istituzioni religiose o allo Stato — attribuisce alla Chiesa cattolica risorse pubbliche per circa un miliardo di euro all’anno. L’esenzione IMU sugli immobili ecclesiastici non utilizzati per fini religiosi è stata oggetto di controversie europee e nazionali per decenni. L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, finanziato dallo Stato, riguarda una sola confessione — in un paese che conta oggi milioni di cittadini di altre fedi.

Queste non sono critiche alla Chiesa — è un’istituzione che ha il diritto di esistere, di operare, di esercitare la propria missione spirituale e sociale. Sono osservazioni su un rapporto Stato-Chiesa che non sempre rispetta il principio di indipendenza e sovranità reciproca che l’articolo 7 enuncia. Un’istituzione che riceve miliardi di euro pubblici non è del tutto indipendente dallo Stato — e uno Stato che finanzia una sola religione non è del tutto indipendente dalla Chiesa.

Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero

Se l’articolo 7 fosse interpretato in modo rigoroso e coerente, il rapporto tra Stato e Chiesa sarebbe regolato da criteri di reciprocità e parità: quello che vale per la Chiesa cattolica vale per tutte le confessioni religiose riconosciute. I finanziamenti pubblici alle istituzioni religiose sarebbero proporzionali e trasparenti. L’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche sarebbe storia delle religioni — plurale, laica, educativa — non catechesi confessionale finanziata dallo Stato.

La Chiesa cattolica continuerebbe a svolgere la propria straordinaria funzione sociale — ospedali, scuole, assistenza ai poveri, accoglienza dei migranti — con le proprie risorse e con quelle che i cittadini liberamente scelgono di destinarle. Non con fondi pubblici che vengono prima prelevati da tutti i contribuenti e poi attribuiti a una sola confessione.

Indipendenti e sovrani, ciascuno nel proprio ordine. Come dice la Costituzione.

Un’applicazione vissuta

VoloAlto — l’associazione di promozione sociale che ho fondato — opera in uno spazio civile che è per definizione laico e plurale. Non esclude nessuno per ragioni religiose, non persegue fini confessionali, non dipende da alcuna istituzione ecclesiastica. È uno degli spazi in cui il principio dell’articolo 7 — l’autonomia della sfera civile da quella religiosa — viene praticato concretamente.

Questo non significa indifferenza alla dimensione spirituale e religiosa. Il Salento è un territorio profondamente segnato dalla cultura cattolica — nelle feste, nell’architettura, nelle tradizioni, nel senso comunitario. Rispettare quella cultura significa riconoscerne il valore senza farne un criterio di esclusione o di privilegio. La laicità non è ostilità alla religione: è la garanzia che tutti — credenti e non credenti, cattolici e musulmani e ortodossi e atei — abbiano gli stessi diritti e la stessa dignità davanti allo Stato.

Questo è ciò che l’articolo 7, letto insieme all’articolo 3, dovrebbe garantire. Non sempre lo fa. Ma la direzione è quella.

La stella polare di Salento Dinamico

Salento Dinamico è una visione di sviluppo che include tutti — credenti e non credenti, cattolici e fedeli di altre tradizioni, laici e religiosi. In un territorio dove la cultura cattolica è parte integrante dell’identità collettiva, ignorarla sarebbe miope. Farne un criterio esclusivo sarebbe incostituzionale.

Il principio che guida è quello dell’articolo 7: ciascuno nel proprio ordine. La Chiesa fa la sua parte — e nel Salento la fa spesso con grande efficacia, nelle parrocchie, nelle Caritas, nei centri di ascolto. Lo Stato fa la sua. La società civile fa la sua. Nessuno sostituisce gli altri, nessuno comanda sugli altri. Ognuno è sovrano nel proprio ambito.

È la condizione della dignità reciproca. E della democrazia.


Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; Patti Lateranensi, 11 febbraio 1929; Accordi di Villa Madama, 18 febbraio 1984; Palmiro Togliatti, intervento in Assemblea Costituente sul voto dell’art. 7, 25 marzo 1947; Giorgio La Pira, interventi in Assemblea Costituente, 1947; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 7; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.


Costituzione Art7

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