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L’Italia ripudia la guerra: ma allora perché continuiamo a finanziarla?

da 16 Maggio 2026Cultura, La Costituzione come Stella Polare, Politica0 commenti

L’undicesimo articolo della Costituzione, il principio più violato del dopoguerra, e la domanda che nessuno in Parlamento vuole davvero rispondere

di Francesco Giannetta — Maggio 2026


«La guerra è sempre una sconfitta dell’umanità. Quando sento che si usa la parola guerra mi viene dolore e spavento. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa, una disfatta di fronte alle forze del male.» — Papa Francesco, omelia, 2 giugno 2013


Il verbo più coraggioso della Costituzione

Ci sono articoli della Costituzione che dichiarano diritti. Ci sono articoli che stabiliscono procedure. E poi c’è l’articolo 11 — che fa qualcosa di più raro e più difficile: prende una posizione morale radicale e la trasforma in norma giuridica vincolante.

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.»

Un solo comma articolato in tre parti. La prima è una delle affermazioni più audaci di qualsiasi costituzione al mondo: l’Italia ripudia la guerra. Non la evita, non la scoraggia, non la condanna in linea di principio — la ripudia. Il verbo scelto dai costituenti è forte, quasi fisico: come si ripudia qualcosa di moralmente intollerabile, qualcosa che non si vuole avere nulla a che fare.

La seconda parte apre uno spazio che la storia avrebbe riempito con la NATO e con l’Unione Europea: le limitazioni di sovranità necessarie a garantire pace e giustizia internazionale. La terza afferma il multilateralismo come principio: la pace si costruisce insieme, nelle organizzazioni internazionali, non da soli.

La storia: scrivere la pace dopo la catastrofe

Per capire l’articolo 11 bisogna ricordare l’Italia del 1947. Un paese che aveva perso la guerra — due volte, in un certo senso: prima con l’Asse, poi con il fascismo. Un paese con oltre trecentomila morti militari, con le città bombardate, con l’economia distrutta, con la coscienza collettiva segnata da vent’anni di retorica bellica che aveva portato alla catastrofe.

I costituenti sapevano cosa aveva prodotto la guerra. Molti l’avevano combattuta — dalla parte giusta e da quella sbagliata, nella Resistenza e nell’esercito regio, sui fronti di tutta Europa e dell’Africa. Sapevano che la retorica della grandezza nazionale, del primato militare, della guerra come strumento di politica — quella retorica che il fascismo aveva elevato a sistema — aveva portato l’Italia al disastro più totale della propria storia.

Il verbo “ripudia” fu scelto con precisione. Il giurista Aldo Moro — giovane deputato democristiano, futuro presidente del Consiglio, futuro martire della violenza politica — fu tra i più convinti sostenitori di una formula che non lasciasse spazio a interpretazioni ambigue. Non “evita”, non “scoraggia”, non “rinuncia”: ripudia. Una presa di distanza morale totale.

La seconda parte — le limitazioni di sovranità — fu più controversa. I nazionalisti di ogni colore temevano che aprisse la strada a una perdita di indipendenza. I federalisti europei — Altiero Spinelli tra tutti — la videro invece come il fondamento costituzionale dell’integrazione europea, il progetto della loro vita. Avevano ragione entrambi: quella clausola ha giustificato sia la NATO che la Comunità europea, con tutte le tensioni che questo ha prodotto.

Ripudiare la guerra: cosa significa davvero

Il verbo “ripudiare” ha un significato preciso nel diritto italiano — è lo stesso usato per il ripudio del matrimonio, la rottura totale di un legame. L’Italia non dice di non voler fare guerra: dice di rompere con la guerra come istituzione, come strumento della politica, come modo di risolvere i conflitti tra Stati.

Questo ha due implicazioni dirette che la politica italiana ha sempre faticato ad accettare. La prima: l’Italia non può usare la guerra come strumento di offesa — può difendersi, ma non attaccare. L’articolo 52 garantisce il diritto alla difesa della patria come “sacro dovere” — ma l’articolo 11 esclude l’aggressione come opzione. La seconda: l’Italia non può usare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali — i conflitti si risolvono con la diplomazia, il diritto internazionale, le organizzazioni multilaterali.

Entrambe queste implicazioni sono in tensione con la realtà della politica estera italiana degli ultimi decenni. La partecipazione italiana a operazioni militari fuori area — in Kosovo, in Afghanistan, in Iraq, in Libia — ha sollevato domande costituzionali che non hanno mai trovato risposte soddisfacenti. Inviare truppe in un paese straniero senza una dichiarazione di guerra formale, senza un mandato ONU esplicito, senza un dibattito parlamentare adeguato — è compatibile con l’articolo 11?

La questione che nessuno vuole affrontare: le spese militari

Nel 2024 e nel 2025, il governo italiano ha aumentato significativamente il bilancio della difesa, avvicinandosi all’obiettivo NATO del 2 per cento del PIL. La decisione è stata presentata come inevitabile — l’aggressione russa all’Ucraina, la pressione degli alleati, la necessità di garantire la sicurezza collettiva.

Sono argomenti seri che meritano una risposta seria. Ma quella risposta deve fare i conti con l’articolo 11. Spendere di più in armamenti significa avere più capacità bellica. Avere più capacità bellica significa avere più strumenti per fare la guerra. Se l’Italia ripudia la guerra, come giustifica l’aumento sistematico degli strumenti per farla?

La risposta ufficiale è che quegli strumenti servono alla difesa, non all’offesa. È una distinzione reale — ma è anche una distinzione che nella pratica è sempre più difficile da tracciare. Un sistema d’arma offensivo e uno difensivo spesso coincidono. Le spese militari di un paese si traducono in potere militare che altri paesi percepiscono come minaccia, il che li porta ad armare a loro volta, il che alimenta la spirale che produce le guerre che si dice di voler evitare.

L’articolo 11 dice che la pace si costruisce nelle organizzazioni internazionali, non nelle industrie di armamenti. Dice che la soluzione alle controversie internazionali è il diritto, non la forza. Dice che l’Italia promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte alla pace — non quelle rivolte alla deterrenza militare.

Le limitazioni di sovranità: NATO e UE alla luce dell’articolo 11

La clausola sulle limitazioni di sovranità è stata interpretata come il fondamento costituzionale dell’adesione italiana alla NATO nel 1949 e alla Comunità europea nel 1957. È una lettura plausibile — quelle organizzazioni nascevano con l’obiettivo di garantire pace e sicurezza nel contesto della guerra fredda.

Ma quella clausola non è un assegno in bianco. Dice “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.” La condizione è la pace e la giustizia — non la sicurezza di un’alleanza militare contro un nemico definito. Se le organizzazioni internazionali a cui l’Italia aderisce smettono di perseguire la pace e la giustizia e diventano strumenti di una parte contro un’altra, la copertura costituzionale si assottiglia.

Questo non è un argomento contro la NATO o contro l’UE — è un argomento per prendere sul serio la condizione che l’articolo 11 pone. L’Italia aderisce a quelle organizzazioni perché e finché esse promuovono la pace e la giustizia internazionale. Quando le scelte di quelle organizzazioni si allontanano da quell’obiettivo, l’Italia ha non solo il diritto ma il dovere costituzionale di dirlo.

Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero

Se l’articolo 11 fosse il parametro reale della politica estera italiana, la diplomazia riceverebbe investimenti proporzionati a quelli militari — con la stessa logica con cui si investe nella prevenzione delle malattie invece che solo nella cura. Un paese che ripudia la guerra deve essere un paese che eccelle nella risoluzione pacifica dei conflitti: nella mediazione, nel diritto internazionale, nella cooperazione allo sviluppo che rimuove le cause profonde delle guerre.

Le spese militari sarebbero discusse in Parlamento con la stessa serietà con cui si discutono le spese sanitarie o quelle scolastiche — non come decisioni tecniche sottratte al dibattito democratico ma come scelte politiche fondamentali che riguardano il tipo di paese che vogliamo essere.

Le missioni militari all’estero avrebbero sempre una copertura giuridica internazionale esplicita e un mandato parlamentare chiaro — non la delega implicita che troppo spesso ha sostituito il dibattito democratico. L’Italia userebbe il proprio peso nelle organizzazioni internazionali per promuovere il disarmo progressivo e multilaterale, non per giustificare l’aumento unilaterale delle proprie capacità militari.

Un’applicazione vissuta

Europa Strategica — la rubrica geopolitica che curo su novita.inonda.tv — è nata esattamente dal principio dell’articolo 11: l’idea che la pace si costruisce con la conoscenza, con la comprensione dei meccanismi che producono i conflitti, con la promozione di soluzioni diplomatiche e multilaterali. Non con la tifo per una delle parti in conflitto, non con la semplificazione che trasforma guerre complesse in scontri tra buoni e cattivi.

Ho scritto del conflitto in Ucraina senza schierarmi acriticamente con nessuno — riconoscendo l’aggressione russa come violazione del diritto internazionale e al tempo stesso ponendo domande sulla risposta occidentale, sull’escalation degli armamenti, sull’assenza di proposte diplomatiche credibili. Non perché sia equidistante tra aggressore e aggredito — non lo sono. Ma perché l’articolo 11 chiede di cercare la pace, non di celebrare la guerra.

Salento Dinamico è un progetto di pace nel senso più quotidiano e concreto: costruire sviluppo, ridurre le disuguaglianze, creare opportunità — perché la povertà e l’esclusione sono il terreno fertile su cui crescono i conflitti, locali e globali. Chi lavora per la giustizia sociale lavora per la pace. L’articolo 11 e l’articolo 3 si tengono per mano.

La stella polare di Salento Dinamico

Il Salento è un territorio che conosce la guerra dalla propria storia — le invasioni, le dominazioni, le battaglie che hanno segnato questa terra per millenni. E conosce anche il contrario: i secoli in cui il commercio e lo scambio culturale attraverso il Mediterraneo hanno prodotto prosperità e civiltà molto più duraturi di qualsiasi conquista militare.

La pace non è l’assenza di conflitto — è la presenza di giustizia. Un territorio che costruisce sviluppo equo, che riduce le disuguaglianze, che include invece di escludere, sta costruendo pace nel senso pieno che l’articolo 11 intende.

Ripudiare la guerra non è debolezza. È la forma più alta di coraggio politico — quella di chi sceglie la difficoltà della diplomazia invece della semplicità della forza, la lentezza della giustizia invece della rapidità della violenza.

L’Italia quella scelta l’ha scritta nella Costituzione. Dobbiamo ancora imparare a viverla.


Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; Trattato istitutivo della NATO, 4 aprile 1949; Trattati di Roma, 25 marzo 1957; SIPRI, rapporto sulle spese militari mondiali 2025; Altiero Spinelli, Il Manifesto di Ventotene, 1941; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 11; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.


Costituzione Art11

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