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La Bolkestein compie vent’anni. Le spiagge italiane sono ancora senza gare. E non è colpa solo dei balneatori

da 21 Maggio 2026Economia, Europa Strategica, Politica0 commenti

Una direttiva europea nata per liberalizzare i servizi ha finito per creare un campo di battaglia tra piccole imprese locali e capitali internazionali. Il problema non è la concorrenza: è che le regole uguali non producono effetti uguali

di Francesco Giannetta — Maggio 2026


«La legge, nella sua maestosa uguaglianza, vieta ai ricchi come ai poveri di dormire sotto i ponti, di mendicare per le strade e di rubare il pane.» — Anatole France, Il giglio rosso, 1894


Un conto che non torna

C’è un numero che andrebbe scritto in caratteri cubitali su ogni discussione pubblica sulle concessioni balneari italiane. Lo Stato italiano, nel 2024, ha incassato dalle concessioni balneari circa 80 milioni di euro. Il fatturato diretto dei concessionari nello stesso periodo è stimato da Nomisma in almeno 2 miliardi di euro. Arpa FVG

Ottanta milioni su due miliardi. Il quattro per cento. Il canone minimo nazionale nel 2025 è fissato a 3.204,53 euro annui per uno stabilimento balneare, indipendentemente da quanto produce. È come se lo Stato fosse azionista del turismo costiero italiano con una quota del 4% — pagato l’equivalente di un abbonamento annuale a un servizio di streaming. EUR-Lex

Questa non è la Bolkestein. Questo è un problema italiano che precede la Bolkestein e che la Bolkestein non ha creato. Ma è il contesto in cui la Bolkestein arriva, e ignorarlo significa non capire perché la questione è così esplosiva.

Cos’è davvero la Bolkestein — molto più delle spiagge

La Direttiva 2006/123/CE, universalmente nota come “direttiva Bolkestein” dal nome del commissario europeo olandese che la propose, compie vent’anni nel 2026. È una norma europea che impone agli Stati membri di mettere a gara le concessioni pubbliche per servizi economici — non solo le spiagge. Ambulanti, tassisti, guide turistiche, servizi pubblici locali, alcune categorie di liberi professionisti: tutti tocca, in misura diversa, questa direttiva.

Il principio è coerente con la logica del mercato unico europeo: se uno spazio pubblico — una spiaggia, un posteggio del mercato, una tratta di taxi — viene assegnato a un operatore privato per anni senza gara, si crea una rendita di posizione che altera la concorrenza e favorisce chi c’è già rispetto a chi vorrebbe entrare. Il mercato unico vuole che le opportunità siano accessibili a tutti i cittadini europei, non solo a chi ha ottenuto la concessione trent’anni fa per conoscenza o fortuna.

La logica è comprensibile. Il problema è ciò che la logica ignora.

Stesse regole, partenze diverse

Le imprese balneari attive in Italia sono oltre 7.244, con una media di 2,3 concessioni per impresa. Il settore impiega circa 60.000 addetti, di cui 43.000 stagionali, e il valore aggiunto generato è stimato in oltre 2 miliardi di euro annui. EUR-Lex

Dietro queste cifre ci sono persone concrete. Una famiglia salentina che ha costruito il proprio stabilimento balneare in trent’anni di lavoro — investendo in strutture, in servizi, in personale stagionale assunto anno dopo anno nella stessa comunità. Un’impresa che ha creato occupazione locale, che ha mantenuto la spiaggia accessibile e sicura, che ha pagato le tasse, che ha formato lavoratori.

Quando questa famiglia si presenterà alle gare del 2027, si troverà a competere con fondi di investimento nordeuropei o multinazionali del turismo che dispongono di capitali infinitamente superiori, strutture legali specializzate nelle gare d’appalto, capacità di offrire canoni altissimi per i primi anni e recuperare i margini nel lungo periodo. La concorrenza presuppone uguaglianza di partenza. In questo caso, quella uguaglianza non esiste.

Anatole France lo aveva scritto centotrent’anni fa con l’ironia che appartiene ai classici: la legge è uguale per tutti, ma quell’uguaglianza ha effetti diversissimi a seconda di chi vi è sottoposto. La Bolkestein è uguale per tutti. Ma il piccolo imprenditore balneare di Otranto e il fondo di investimento di Stoccolma non partono dallo stesso punto.

Il paradosso europeo: chi rispetta le regole e chi no

Mentre l’Italia rischia di smantellare 30.000 concessioni, la Spagna proroga i lidi per 90 anni e la Grecia tutela i grandi resort internazionali. E in Italia le regioni si muovono in ordine sparso. GeoSmartCampus

Questo è il dato che svela la natura politica della questione, al di là della retorica giuridica. La Bolkestein è una direttiva europea che si applica — in teoria — a tutti gli Stati membri. In pratica, i paesi che hanno il potere contrattuale per resistere alle pressioni della Commissione — o che sanno costruire le proprie eccezioni con maggiore abilità giuridica — la aggirano o la piegano ai propri interessi. L’Italia, invece, ha una procedura d’infrazione aperta da parte della Commissione UE ancora in corso, è sotto la giurisprudenza del Consiglio di Stato che ha dichiarato l’urgenza di indire le gare, e si trova a dover rispettare le scadenze più rigorosamente di chi le ignora. Copernicus

Le regole uguali, ancora una volta, producono effetti diversi.

La saga italiana: vent’anni di proroghe

Da quasi vent’anni si discute della direttiva Bolkestein, eppure la questione delle concessioni balneari rimane uno dei nodi irrisolti del rapporto tra Italia e Unione Europea. Il percorso è stato un susseguirsi di rinvii, proroghe, deroghe e sentenze. Il Consiglio di Stato nell’Adunanza Plenaria del 2021 ha dichiarato illegittime le proroghe automatiche. La Legge 166/2024 ha introdotto la scadenza al 30 settembre 2027 con obbligo per i Comuni di avviare le gare entro il 30 giugno 2027. Il Consiglio di Stato il 9 maggio 2025 ha ribadito che la Bolkestein si applica anche alle concessioni nate prima della sua entrata in vigore. La Corte di Giustizia UE l’11 luglio 2024 ha stabilito che la mancata previsione di indennizzi nei bandi non li rende illegittimi. EUR-LexSpacEconomy 360

Il quadro giuridico è ormai cristallino. Ciò che manca non è la chiarezza normativa: è la volontà politica di costruire un modello di transizione che non sacrifichi le piccole imprese sull’altare della liberalizzazione formale.

Il problema non è la concorrenza — è come si fa

Vale la pena dirlo chiaramente, perché il dibattito italiano si incaglia spesso su posizioni polarizzate: o si difende lo status quo come se fosse un diritto acquisito eterno, o si invoca la gara come se il mercato fosse sempre e comunque il meccanismo più giusto di allocazione delle risorse.

Entrambe le posizioni semplificano troppo.

Il canone da 3.200 euro annui per una concessione che genera decine di migliaia di euro di fatturato è ingiusto — nei confronti della collettività che possiede quella spiaggia. La riforma era necessaria, e chi ha governato ignorando le sentenze europee e nazionali per anni ha fatto un torto sia alle imprese (che meritavano certezza del quadro normativo) sia ai cittadini (che meritavano un utilizzo più equo dello spazio demaniale).

Ma una gara che non tiene conto del valore degli investimenti storici, che non prevede criteri di valutazione legati al radicamento territoriale, alla qualità ambientale e alla continuità occupazionale locale, che non distingue tra il piccolo operatore familiare con trent’anni di storia e il fondo internazionale che compra le concessioni come asset finanziari — quella gara non è uno strumento di giustizia. È uno strumento di concentrazione del mercato a favore di chi ha più capitali.

Quello che la Regione Puglia può e deve fare

I nuovi criteri per le gare puntano a un sistema più equo e sostenibile: il canone sarà uno dei parametri di valutazione, insieme alla qualità ambientale, accessibilità, investimenti green e innovazione tecnologica. Questo apre uno spazio di manovra che la Regione Puglia non dovrebbe lasciare inutilizzato. ESA

I criteri di gara — entro i limiti fissati dalla normativa nazionale ed europea — possono includere la valutazione del radicamento territoriale dell’imprenditore, la storia degli investimenti effettuati, gli standard di accessibilità garantiti alle persone con disabilità, i criteri ambientali di gestione della spiaggia, la quota di occupazione locale garantita. Non sono elementi che escludono la concorrenza: sono elementi che la orientano verso obiettivi di qualità e coesione territoriale, non solo di massimizzazione del canone.

La Puglia può costruire bandi che siano formalmente conformi alla Bolkestein e sostanzialmente protettivi del tessuto imprenditoriale locale. Non è una contraddizione: è esattamente l’intelligenza che alcune regioni del Nord Europa applicano da anni nelle gare pubbliche, usando la flessibilità che il diritto europeo già prevede. Il punto è farlo con competenza, con anticipo e con la consapevolezza che il 30 giugno 2027 non è lontano.

Salento Dinamico e il mare come bene comune

Il Salento vive del mare. Non solo come scenario per i turisti: come economia, come identità, come sistema di relazioni sociali che si costruisce sulla costa ogni estate. Quella relazione non è un privilegio da difendere a tutti i costi. È un patrimonio da governare con intelligenza.

La Bolkestein pone una domanda giusta: a chi appartiene il mare? La risposta è semplice: alla collettività. Ma la collettività ha anche il diritto di decidere come il mare viene gestito — non solo a quale prezzo.

Salento Dinamico ha sempre creduto che le regole uguali applicate a condizioni diseguali non producano uguaglianza. Producano ulteriore divario. Valgono per le tasse, per il lavoro, per la scuola. E valgono anche per le spiagge.


Fonti: Meta Sud, agosto 2025 (quadro normativo Bolkestein e concessioni); Spiagge.it, novembre 2025; Dipartimento Centro Studi, febbraio 2026; UfficioCommercio, novembre 2025; Piselli & Partners — Consiglio di Stato 9 maggio 2025 n. 4014; Panorama, 17 maggio 2026 (Spagna e Grecia aggirano Bolkestein); Il Foglio, aprile 2026 (Vent’anni di Bolkestein); Corte di Giustizia UE, causa C-598/22, luglio 2024; Legge 166/2024 (DL Infrazioni); Nomisma — stima fatturato balneari 2023


Bolkestein 2026

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