Il governo celebra la “sovranità alimentare” con Coldiretti. Ma è stato lui ad aprire le porte al Mercosur: di quale sovranità parliamo?
Oggi a Brescia Meloni, Tajani, Giorgetti e Lollobrigida sono ospiti di Coldiretti all’evento “L’Italia del cibo”. Ma il 9 gennaio 2026 è stato il governo italiano a rompere il fronte del No e a dissolvere la minoranza di blocco che teneva fermo l’accordo UE-Mercosur, in applicazione provvisoria dal 1° maggio. Coldiretti era, ed è, contraria. E il Sud agricolo — grano, olio, pomodoro, agrumi, carne — è quello che rischia di pagare il conto più alto.
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
“In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.” — Ignazio Silone, Fontamara, 1933
Oggi a Brescia la festa della “sovranità alimentare”. A gennaio il sì al Mercosur
Oggi, giovedì 21 maggio 2026, a Brescia, si tiene l’evento “Coldiretti forza amica del Paese — Salute, sicurezza, prossimità: l’Italia del cibo”. Sul palco, accanto al presidente di Coldiretti Ettore Prandini, ci sono la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare Francesco Lollobrigida. È la liturgia ormai consolidata del rapporto fra questo governo e il mondo agricolo organizzato: la difesa del “made in Italy” alimentare, la lotta alla contraffazione, la valorizzazione delle filiere nazionali, e soprattutto quella parola — “sovranità alimentare” — che il governo ha voluto inserire perfino nel nome del Ministero dell’Agricoltura, a marcare una discontinuità politica e culturale.
C’è però un fatto, accaduto pochi mesi fa, che con quella retorica fatica a conciliarsi. Il 9 gennaio 2026, al Comitato dei Rappresentanti Permanenti dell’Unione Europea — il COREPER, l’organo che prepara le decisioni del Consiglio UE — l’Italia ha votato a favore dell’accordo di libero scambio fra Unione Europea e Mercosur, il blocco economico sudamericano composto da Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Bolivia. È un voto che ha cambiato la storia di quel negoziato. E lo ha cambiato proprio grazie all’Italia. Vale la pena ricostruire come è andata, perché è il cuore della questione.
Il 9 gennaio l’Italia ha rotto il fronte del No: cosa è successo davvero
Per ventisei anni — dal 1999 — l’accordo UE-Mercosur è rimasto un negoziato bloccato, troppo controverso per essere chiuso. Il punto di svolta è arrivato in due tempi. Il 18 dicembre 2024, l’Italia faceva parte del fronte del No: insieme a Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, Roma contribuiva a costringere la presidente della Commissione Ursula von der Leyen a rinviare la firma dell’accordo, allora prevista per il vertice di Foz do Iguaçu. Quei sei Paesi, insieme, costituivano una “minoranza di blocco” solida: quattro Stati membri più oltre il trentacinque per cento della popolazione dell’Unione, sufficienti per fermare l’accordo secondo le regole di voto del Consiglio UE.
Ventidue giorni dopo, il 9 gennaio 2026, al COREPER, l’Italia ha cambiato posizione. Ha votato a favore. Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda sono rimaste nel No; il Belgio si è astenuto. Ma senza l’Italia, quella minoranza di blocco si è semplicemente dissolta. Tradotto in termini concreti: è stato il voto italiano a permettere all’accordo di passare. Senza il sì di Roma, il Mercosur sarebbe probabilmente ancora fermo. Il 17 gennaio 2026, ad Asunción, l’accordo è stato firmato. Il 1° maggio 2026 la sua parte commerciale — l’Interim Trade Agreement, una competenza esclusiva dell’Unione che non passa dai parlamenti nazionali — è entrata in applicazione provvisoria con Argentina, Brasile e Uruguay. La parte politica più ampia, l’EU-Mercosur Partnership Agreement, resta invece legata alle ratifiche nazionali e a un ricorso pendente davanti alla Corte di Giustizia UE, sollevato dal Parlamento europeo con un voto di appena dieci voti di scarto il 21 gennaio.
In cambio del proprio sì, il governo italiano ha ottenuto tre concessioni reali. La prima: l’abbassamento della soglia della clausola di salvaguardia dall’otto al cinque per cento — il livello oltre il quale un aumento improvviso delle importazioni fa scattare le indagini della Commissione a tutela dei produttori europei. La seconda: l’azzeramento dei dazi e degli aggravi di costo CBAM sui fertilizzanti, che riduce il costo di produzione delle aziende agricole italiane. La terza: un anticipo dei fondi della Politica Agricola Comune. Sono concessioni vere, va riconosciuto. La domanda — legittima, e non polemica — è se siano proporzionate al peso politico della scelta. Perché un conto è ottenere garanzie restando dentro un fronte di Paesi che dice No; un altro conto è essere il Paese il cui cambio di voto dissolve quel fronte e fa passare l’accordo. Nel primo caso si tratta sul prezzo. Nel secondo, si è già deciso di vendere.
Cosa prevede l’accordo, e perché il Sud agricolo paga il conto più alto
L’accordo UE-Mercosur crea la più vasta area di libero scambio del mondo: un mercato di oltre settecento milioni di persone, pari a circa il venti per cento del PIL globale. Elimina i dazi sul novantuno per cento delle merci europee. La logica di fondo è uno scambio: l’Europa esporta verso il Sud America soprattutto prodotti industriali — automobili, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici — mentre il Mercosur esporta verso l’Europa soprattutto prodotti agricoli: carne bovina, pollame, zucchero, soia, etanolo, miele. È esattamente questa la natura dell’accordo, ed è esattamente per questo che racconta una storia precisa sull’Italia e sul suo Sud.
Chi guadagna, in Italia, dal Mercosur? Soprattutto l’industria manifatturiera del Nord: l’automotive, la meccanica, la chimica, la farmaceutica troveranno un grande mercato di sbocco quasi senza dazi. Chi rischia di perdere? L’agricoltura. E in particolare l’agricoltura del Sud, che è fatta in larghissima parte di prodotti che entrano in diretta competizione con l’export sudamericano. Il grano duro della Capitanata e del Tavoliere pugliese — il granaio d’Italia, da cui nasce la nostra pasta. Il pomodoro da industria di Puglia e Campania, che compete con il concentrato e i derivati sudamericani. Gli agrumi di Sicilia e Calabria, che fronteggiano il succo d’arancia brasiliano, di cui il Brasile è il primo produttore mondiale. La carne e gli allevamenti, esposti alla concorrenza della carne bovina argentina e brasiliana. L’olio, il vino, l’ortofrutta meridionale, che vivono di qualità e di standard elevati e devono competere con produzioni realizzate su scala continentale.
Qui sta il punto che — sulla scia di quanto abbiamo già scritto a proposito della direttiva Bolkestein sulle concessioni balneari — vale la pena rendere esplicito. Il libero scambio non è, di per sé, né un bene né un male assoluto: è uno strumento. Ma applicare le stesse regole a soggetti che partono da condizioni profondamente diverse non produce uguaglianza: produce divergenza. Un’azienda agricola familiare del Salento, che coltiva pochi ettari rispettando gli standard sanitari, ambientali e di tutela del lavoro più severi del mondo — quelli europei — non compete ad armi pari con un’agroindustria brasiliana che opera su decine di migliaia di ettari, con costi del lavoro incomparabilmente più bassi, con l’uso di pesticidi vietati da anni in Europa, e in alcuni casi su terreni guadagnati alla deforestazione. Non è protezionismo dirlo. È realismo. Mettere in concorrenza diretta questi due mondi, “a parità di regole di mercato”, significa avvantaggiare strutturalmente chi ha i costi più bassi e gli standard più bassi. E significa, per il Sud Italia, una nuova pressione su un’agricoltura già fragile, già segnata dalla Xylella, dai cambiamenti climatici, dalla siccità, dall’invecchiamento degli addetti, dall’abbandono dei campi.
La clausola di salvaguardia e le concessioni: bastano a proteggere chi produce?
Il governo, e in parte la stessa Coldiretti, hanno riconosciuto come un miglioramento l’abbassamento della soglia di salvaguardia al cinque per cento e la possibilità — questa sì, una novità positiva — che la clausola possa essere attivata non solo dagli Stati membri ma anche dalle singole associazioni di categoria o dalle imprese, quando rilevino turbative di mercato. È un meccanismo che, sulla carta, consente di reagire più rapidamente a un’invasione di prodotti a basso costo. C’è inoltre un fondo di emergenza europeo da 6,3 miliardi di euro per indennizzare gli agricoltori in caso di gravi crisi di mercato. Sono strumenti reali, e non vanno sottovalutati.
Ma le organizzazioni agricole italiane — Coldiretti, CIA, Confagricoltura, Copagri — continuano a giudicarli insufficienti. E le ragioni sono concrete. Una clausola di salvaguardia interviene dopo che il danno si è verificato: serve a tamponare un’emergenza, non a prevenire una trasformazione strutturale del mercato. Un fondo di indennizzo risarcisce una perdita, ma non ricostruisce un’azienda che ha chiuso, né riporta nei campi un giovane agricoltore che ha rinunciato. Il punto sollevato dagli agricoltori — e meritevole di essere ascoltato — è che essi non chiedono sussidi: chiedono condizioni di mercato che premino la qualità e la sicurezza alimentare invece di metterle in svantaggio competitivo. Chiedono che i prodotti importati rispettino davvero gli stessi standard imposti ai produttori europei: non sulla carta, ma nei controlli reali alle dogane. È una richiesta di equità, prima ancora che di protezione. Ed è una richiesta che un governo che fa della “sovranità alimentare” la propria bandiera dovrebbe, quantomeno, prendere molto sul serio — anche quando questo significa rivedere posizioni assunte a Bruxelles.
Salento Dinamico: la sovranità alimentare si difende coi fatti, non con gli slogan
Ignazio Silone, in Fontamara, novant’anni fa, descrisse la gerarchia immutabile del mondo contadino del Sud: in cima Dio, poi il padrone della terra, poi le sue guardie, poi i cani delle guardie, e solo in fondo — dopo “nulla”, e ancora “nulla” — i cafoni, i contadini. È un’immagine durissima, ma contiene una verità che attraversa i decenni: nelle grandi trasformazioni economiche decise dall’alto, chi lavora la terra è sempre l’ultimo a essere consultato e il primo a pagare. Il Mercosur, nel suo piccolo, ripropone esattamente questo schema. Le decisioni si prendono a Bruxelles e a Roma, le celebra Coldiretti a Brescia, ne discutono i ministri — e in fondo alla catena c’è l’agricoltore del Tavoliere, dell’Itria, della piana di Gioia Tauro, della Conca d’Oro, che scoprirà solo tra qualche anno, dai prezzi che gli verranno offerti per il proprio raccolto, cosa è stato deciso oggi sopra la sua testa.
Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, l’agricoltura — insieme a energia, innovazione, ambiente, mobilità — era una delle dimensioni costitutive di quel progetto. Non come folklore, non come “tradizione da difendere” in senso nostalgico, ma come settore economico strategico, capace di generare reddito, lavoro, identità e presidio del territorio, se messo nelle condizioni di valorizzare ciò che lo rende unico: la qualità, la sicurezza, la tracciabilità, le indicazioni geografiche protette, la dieta mediterranea, il legame fra prodotto e luogo. La vera “sovranità alimentare” non si difende con uno slogan in un nome di Ministero, né con una passerella a Brescia. Si difende con scelte coerenti: ai tavoli europei dove si decide se aprire o no le porte alla concorrenza sudamericana; nei controlli doganali che devono verificare davvero il rispetto degli standard; negli investimenti per rendere competitiva l’agricoltura del Sud sul piano della qualità e dell’innovazione, non su quello — perso in partenza — dei costi.
Oggi a Brescia si celebra “l’Italia del cibo”. È giusto celebrarla: è una delle cose più belle e più vere che abbiamo. Ma celebrarla mentre si è appena contribuito, con il proprio voto, a esporla a una concorrenza che molti di coloro che la producono giudicano insostenibile, è una contraddizione che merita almeno di essere nominata. Perché la coerenza, in politica, non è un dettaglio formale. È la differenza fra difendere davvero qualcosa e limitarsi a dirne il nome. E il Sud, che di questa partita è la posta in gioco più esposta, ha il diritto di chiedere ai propri rappresentanti — a tutti, di ogni schieramento — da che parte stiano davvero, quando si vota a Bruxelles e non si parla a Brescia.
Fonti: Borsa Italiana / Teleborsa — agenda istituzionale del 21 maggio 2026, evento Coldiretti “L’Italia del cibo”, Brescia; Consiglio dell’Unione Europea — esito del voto COREPER del 9 gennaio 2026 sull’accordo UE-Mercosur; Commissione Europea — testo dell’accordo UE-Mercosur e dell’Interim Trade Agreement; il Politico Web, “Mercosur, l’accordo entra in vigore il 1° maggio: l’Italia ha rotto il fronte del No e oggi paga il conto”, maggio 2026; Studio Teruzzi, “Dal 1° maggio in vigore l’accordo UE-Mercosur”, maggio 2026; Ruminantia, “Mercosur: firmato l’accordo sull’agroalimentare più controverso degli ultimi anni”, gennaio 2026; AgroNotizie, “UE-Mercosur, l’accordo passa con il no di cinque Stati membri”, gennaio 2026; Rinnovabili.it, “L’accordo UE-Mercosur a un passo dalla firma”, gennaio 2026; dichiarazioni di Ursula von der Leyen e Antonio Costa, gennaio 2026; posizioni ufficiali di Coldiretti, CIA, Confagricoltura e Copagri sull’accordo UE-Mercosur; Regolamento UE sull’attuazione della clausola di salvaguardia bilaterale per i prodotti agricoli; Ignazio Silone, Fontamara, prima edizione 1933.

















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