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La Puglia è la centrale verde d’Italia, ma spreca la sua energia e paga bollette tra le più care d’Europa. Un paradosso che pesa su tutta la competitività del continente

da 11 Luglio 2026Ambiente, Europa Strategica0 commenti

L’energia è, secondo il rapporto Draghi, il primo fattore del divario di competitività europeo. E il Mezzogiorno vive l’assurdo di produrre elettricità pulita in eccesso, doverla a volte sprecare per mancanza di rete, e pagarla comunque cara. La transizione può ribaltare questo destino, ma solo se si costruiscono le infrastrutture invisibili che trasformano il sole in sviluppo

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«Tutto è collegato.»
Papa Francesco, lettera enciclica Laudato si’


Abbondanza e spreco, insieme

C’è un dato che, da solo, racconta un’assurdità del nostro sistema energetico. Nel maggio 2025, il 58 per cento dell’energia elettrica offerta sul mercato italiano è stato proposto a prezzo zero, e quasi l’8 per cento addirittura a prezzo negativo. Significa che, in certe ore, c’era così tanta energia pulita da non sapere dove metterla. Eppure, nello stesso anno, le imprese italiane hanno pagato le bollette elettriche più care d’Europa. E il Mezzogiorno, che produce energia verde in quantità enormi, si è trovato a volte costretto a spegnere i propri impianti solari ed eolici perché la rete non era in grado di trasportare quell’abbondanza altrove. Abbondanza, spreco e prezzi alti, tutto nello stesso momento.

Papa Francesco, nella Laudato si’, ha usato tre parole che sembrano scritte apposta per questa vicenda: tutto è collegato. Il prezzo dell’energia, la rete elettrica, la competitività delle imprese, il futuro del Sud, la giustizia tra i territori, la lotta al cambiamento climatico: sono fili di un unico intreccio. E quando un filo si spezza, come quello che dovrebbe collegare l’energia pulita del Mezzogiorno al resto del Paese, a rimetterci sono tutti.

L’energia, il vero divario europeo

Partiamo dal quadro grande, quello europeo, perché è lì che si capisce la posta in gioco. Il rapporto di Mario Draghi sulla competitività, il documento più discusso degli ultimi anni sul futuro economico dell’Unione, è netto su un punto: l’energia è uno dei fattori chiave del divario di competitività tra l’Europa e il resto del mondo. I prezzi europei dell’elettricità sono storicamente da due a tre volte superiori a quelli degli Stati Uniti, e quelli del gas oggi arrivano a essere da tre a cinque volte più alti. È una tassa occulta che grava su ogni fabbrica, ogni impresa, ogni posto di lavoro del continente.

Il motivo di fondo è tanto tecnico quanto decisivo. Nel mercato elettrico il prezzo, in ogni ora, è fissato dall’ultima e più costosa fonte necessaria a coprire la domanda. E quella fonte, troppo spesso, è ancora il gas. Così accade il paradosso: anche quando il sole e il vento producono elettricità a costo quasi nullo, è il prezzo del gas a determinare quanto paghiamo in bolletta. L’Italia, in questo, è messa peggio di quasi tutti. Secondo le elaborazioni di Confindustria, nel primo semestre del 2025 le imprese italiane hanno pagato in media 278 euro per megawattora, contro i 242 della Germania, i 183 della Francia, i 171 della Spagna e i 216 della media europea. Circa il 30 per cento in più della media UE, un macigno sulla competitività.

La soluzione la conoscono tutti

La cosa quasi paradossale è che la soluzione è nota e su di essa c’è un consenso ampio. Più si producono energie rinnovabili, meno ore il gas fissa il prezzo, e più le bollette scendono. Lo dicono i numeri: uno studio recente ha calcolato che tra il 2023 e il 2025, nei Paesi che hanno spinto di più su sole e vento, l’elettricità è costata in media quasi il 25 per cento in meno grazie alle rinnovabili. La Spagna, che dal 2019 ha raddoppiato la sua capacità eolica e solare, oggi risente molto meno delle oscillazioni del gas.

Ma le rinnovabili da sole non bastano, perché producono in modo intermittente, quando c’è il sole o soffia il vento, non quando serve. Occorrono allora tre ingredienti che completano il quadro: gli accumuli, cioè le batterie che immagazzinano l’energia solare del giorno per restituirla la sera; una rete elettrica moderna e capiente, capace di portare l’energia da dove si produce a dove serve; e contratti di lungo periodo che sgancino il prezzo dell’elettricità pulita da quello del gas. È qui che mi piace ricordare Alessandro Volta, l’italiano che più di due secoli fa inventò la pila, la prima batteria della storia. Sorriderebbe, oggi, nel vedere che la chiave della transizione energetica sono proprio le batterie, la sua intuizione diventata tecnologia strategica del nostro secolo.

E qui il Sud diventa protagonista, o vittima

Arriviamo al punto che ci riguarda da vicino, e che ribalta la solita narrazione di un Mezzogiorno arretrato. Perché nella partita dell’energia il Sud, e la Puglia in particolare, parte da una posizione di enorme vantaggio. La Puglia ha una delle irradiazioni solari più alte d’Italia, oltre 92.000 impianti fotovoltaici già installati, ed è la prima regione italiana per nuova capacità rinnovabile autorizzata, con 2,8 gigawatt nel solo 2025, davanti a Sicilia e Campania. Produce molta più energia elettrica di quanta ne consumi. In un mondo razionale, questo sarebbe un vantaggio competitivo straordinario: energia pulita e abbondante da offrire a imprese e cittadini. Invece, oggi, questo tesoro resta in gran parte inespresso, per due ragioni precise.

Il primo nodo: la rete che non c’è

La prima è la rete. L’infrastruttura elettrica italiana non ha capacità sufficiente per trasportare liberamente l’energia dalle zone dove si produce, il Sud pieno di sole e vento, a quelle dove si consuma, il Nord industriale. Questa congestione produce effetti gravi e paradossali: l’energia rinnovabile del Sud spesso non trova spazio nella rete e viene letteralmente sprecata, spegnendo gli impianti, mentre i prezzi locali crollano a zero o sotto zero, come accaduto in quel 58 per cento di offerte a prezzo nullo del maggio 2025. Le sole rendite legate alle congestioni sulle interconnessioni hanno raggiunto 1,4 miliardi di euro nel 2025, e a livello europeo il costo di gestione delle congestioni supera i 4 miliardi.

Il gestore della rete, Terna, ha messo in campo un piano di sviluppo da oltre 23 miliardi di euro per il periodo 2025-2034, proprio per integrare le rinnovabili e aumentare la capacità di scambio tra le zone, portandola da circa 16 a circa 39 gigawatt. È la strada giusta, ma richiede tempo: basti pensare che una singola grande linea come la Matera-Santa Sofia, la più lunga d’Italia, ha richiesto decenni per essere completata. Nel frattempo, ogni giorno, un pezzo del sole del Sud va sprecato per mancanza di fili.

Il secondo nodo: i prezzi zonali, opportunità o trappola?

La seconda ragione è più sottile, e riguarda una riforma in corso proprio in questi mesi. Dal 2025 l’Italia sta passando da un prezzo unico nazionale dell’energia a un sistema di prezzi zonali, differenziati per aree geografiche. La Puglia, insieme a Basilicata e Calabria, forma la zona Sud. Sulla carta, il ragionamento è affascinante: dove si produce tanta energia pulita a basso costo, il prezzo dovrebbe scendere, premiando finalmente i territori che ospitano gli impianti. Per il Sud suonerebbe come una giustizia attesa da tempo.

Ma qui serve onestà, perché la questione è a doppio taglio. Se si introducono prezzi zonali differenziati prima di aver risolto il problema della rete, si rischia di trasformare una carenza infrastrutturale temporanea in un divario strutturale permanente, istituzionalizzando il sottoinvestimento. E soprattutto, un’energia a buon mercato serve a poco se resta intrappolata in un territorio che non ha abbastanza domanda industriale per consumarla sul posto né rete per esportarla: il prezzo crolla a zero, e a rimetterci sono proprio i produttori, scoraggiati dall’investire dove la risorsa sarebbe migliore. C’è poi un tema di solidarietà: il prezzo unico nazionale ha funzionato per anni anche come strumento di coesione. I prezzi zonali, insomma, sono un segnale tecnico utilissimo per orientare gli investimenti in reti e accumuli, ma trasformarli nel prezzo pieno pagato da famiglie e imprese, prima di aver rimosso le congestioni, significherebbe scaricare sul territorio il costo di un’infrastruttura che non è stata costruita in tempo.

La vera visione: portare l’industria all’energia

Qual è, allora, la strada intelligente? Il punto di partenza è una constatazione semplice: se non puoi facilmente portare l’energia all’industria, per via dei limiti della rete, e non puoi neppure spostare l’industria dove capita, perché le fabbriche non si trasferiscono da un giorno all’altro, allora la mossa strategica è un’altra. Costruire la domanda dove l’energia pulita già c’è. Fare del Sud, e della Puglia, il luogo dove conviene installare ciò che consuma molta energia e ha bisogno di energia pulita e a basso costo: industria manifatturiera, data center per l’intelligenza artificiale, di cui abbiamo scritto e che seguono l’energia economica, produzione di idrogeno verde, l’acciaio pulito che sogniamo per Taranto, le fabbriche di batterie.

È la stessa lezione che questa rubrica ripete da mesi, che si tratti di terre rare, di talenti o di dati: non esportare la risorsa grezza a prezzo stracciato, ma trattenere il valore trasformandola sul posto. La Regione Puglia, va detto, si sta muovendo nella direzione giusta, con misure come il Reddito energetico regionale, che finanzia impianti rinnovabili per le famiglie in difficoltà e crea una filiera locale di installazione e manutenzione, un modo concreto per far restare sul territorio il valore dell’energia. Su questa strada si può fare molto di più, sviluppando gli accumuli, le comunità energetiche, l’agrivoltaico che produce cibo ed energia insieme.

La proposta, allora, si articola su tre livelli. In Europa, accelerare i piani sulle reti e sugli accumuli e completare la riforma del mercato che sgancia i prezzi dal gas. A livello nazionale, investire con rapidità nella rete e nello stoccaggio per liberare l’energia intrappolata nel Sud, e maneggiare i prezzi zonali con estrema cautela, perché non cristallizzino il divario prima che la rete sia stata potenziata. A livello regionale, fare della Puglia una calamita per l’industria pulita e ad alta intensità energetica, unendo la ricchezza di energia alla domanda locale che oggi manca.

Salento Dinamico e il sole che diventa sviluppo

Tutto è collegato, dice Papa Francesco. Il sole che inonda il Salento è un dono immenso, e sprecarlo mentre paghiamo le bollette più care d’Europa è, prima ancora che un errore economico, un fallimento di visione e di connessione. Gli eredi della pila di Volta, le batterie, e i fili di una rete moderna sono gli anelli mancanti che possono trasformare quella luce in lavoro.

Salento Dinamico nasce dalla convinzione che il Mezzogiorno debba smettere di essere terra di risorse esportate e valore perduto, che si tratti di energia, di cervelli o di materie prime, e diventare il luogo in cui le proprie ricchezze si trasformano in impresa, occupazione e futuro. Il sole, qui, c’è già, generoso, gratuito, inesauribile. La sfida, tutta politica e industriale, è costruire attorno a quel sole le infrastrutture invisibili, le reti, gli accumuli, la domanda, che lo trasformano da abbondanza sprecata in sviluppo reale. Perché un territorio che impara a usare la propria luce non illumina soltanto le proprie case: illumina il proprio destino.


Fonti: rapporto Draghi sulla competitività europea, 2024 (energia come fattore chiave del divario, prezzi UE 2-3 volte quelli USA, gas 3-5 volte, elettrificazione e costi di sistema); Confindustria, 2025 (bollette imprese Italia 278 euro/MWh contro 216 media UE, cause del divario); Euronews e Positive Money, 24 aprile 2026 (rinnovabili ed elettricità più economica del 25%, caso Spagna); Consiglio dell’UE (riforma del mercato elettrico, capacità rinnovabile UE); Rivista della Regolazione dei Mercati (meccanismi di capacità, hub regionali, elettrificazione dal 20% a fonte principale); Irex Annual Report 2026, Althesys (58% offerte a prezzo zero e 7,8% negativo a maggio 2025, Puglia prima con 2,8 GW autorizzati, storage, rendite di congestione 1,4 miliardi); La Verità, giugno 2026 e Reforming, febbraio 2025 (prezzi zonali, congestioni, piano Terna 2025-2034 da 23 miliardi, 16-39 GW, linea Matera-Santa Sofia); ARERA e Greenmove, 2026 (superamento del PUN, prezzi zonali, zone elettriche, relazione del presidente Dell’Acqua); Regione Puglia (Reddito energetico regionale); Enpal, 2026 (irradiazione e impianti fotovoltaici in Puglia); studio RIE per FLAEI-CISL, giugno 2025 (congestioni, curtailment, reti europee obsolete, costi ACER 4,2 miliardi)

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