Il voto è il diritto che rende tutti uguali per un istante: ma se metà degli italiani non vota più, cosa resta della democrazia?
Il quarantottesimo articolo della Costituzione apre i rapporti politici con il diritto di voto, conquista di secoli oggi minacciata non da chi lo vieta, ma da chi rinuncia a esercitarlo
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«Il voto è l’arma dei poveri: l’unica che possiedono per farsi ascoltare. Chi rinuncia a votare non protesta, si disarma, e consegna il proprio destino nelle mani di altri.»
— Gaetano Salvemini, storico e meridionalista
L’articolo che apre i rapporti politici
Con l’articolo 48 la Costituzione volta pagina. Chiusa la parte sui rapporti economici, si aprono i rapporti politici, e non poteva che aprirsi con il diritto che sta alla base di tutta la democrazia: il diritto di voto. Perché la sovranità che l’articolo 1 attribuisce al popolo si esercita, prima di tutto, attraverso il voto. È il momento in cui il cittadino comune, che per il resto dell’anno conta poco, diventa per un istante sovrano, uguale a chiunque altro, arbitro del destino comune.
«Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.»
Quattro commi che costruiscono il fondamento della democrazia italiana: il suffragio universale, le caratteristiche del voto, il voto degli italiani all’estero, i limiti al diritto di voto.
Una conquista di secoli
Oggi diamo il voto per scontato, ma è una delle conquiste più faticose della storia umana. Per secoli il diritto di voto è stato riservato a pochi: solo i proprietari, solo chi pagava un certo livello di tasse, solo gli uomini, solo chi sapeva leggere e scrivere. Il suffragio universale, il diritto di voto a tutti i cittadini adulti senza distinzioni, è una conquista recentissima, ottenuta attraverso lotte lunghe e spesso sanguinose.
In Italia, il suffragio universale maschile arrivò solo nel 1912, e pienamente nel 1919. Le donne dovettero aspettare fino al 1945: votarono per la prima volta nelle elezioni amministrative del 1946 e poi, in modo decisivo, al referendum tra monarchia e repubblica e per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946. Fu una rivoluzione: metà della popolazione, esclusa per secoli dalla vita politica, entrava finalmente nella cittadinanza piena.
Ecco perché l’articolo 48 esordisce con quelle parole all’apparenza semplici ma cariche di storia: “tutti i cittadini, uomini e donne”. Quel “uomini e donne” è il sigillo di una conquista, l’affermazione che nella Repubblica il voto non ha genere, non ha censo, non ha condizione sociale. Ogni cittadino maggiorenne vale esattamente come ogni altro. È l’uguaglianza democratica nella sua forma più pura.
Personale, eguale, libero e segreto
Il secondo comma dell’articolo 48 fissa le quattro caratteristiche fondamentali del voto, ognuna frutto di battaglie storiche. Personale: il voto si esercita di persona, non può essere delegato o venduto. Eguale: il voto di ognuno vale esattamente quanto quello di ogni altro, il magnate e l’operaio hanno lo stesso identico peso nell’urna. Libero: nessuno può costringere l’elettore a votare in un certo modo, né con la forza né con il ricatto. Segreto: nessuno può sapere come hai votato, e questa segretezza è la garanzia della libertà.
Queste quattro caratteristiche sembrano ovvie, ma sono state conquistate contro secoli di pratiche opposte: il voto palese che permetteva le pressioni, il voto di scambio che comprava le coscienze, il controllo del voto da parte dei potenti locali. Il voto segreto, in particolare, è stata una conquista fondamentale contro il clientelismo e l’intimidazione, piaghe che nel Mezzogiorno hanno avvelenato a lungo la vita democratica. Salvemini, il grande meridionalista, aveva denunciato per tutta la vita come il voto controllato e comprato fosse lo strumento con cui i notabili tenevano soggette le masse del Sud.
Poi quella frase decisiva: “Il suo esercizio è dovere civico”. Il voto non è solo un diritto, è un dovere. Non un obbligo giuridico sanzionato, ma un dovere morale verso la comunità. Perché la democrazia funziona solo se i cittadini partecipano. Chi non vota non esercita una libertà: rinuncia a un pezzo della propria sovranità e lo consegna nelle mani di altri.
La crisi: quando metà degli italiani non vota più
Ed è qui che l’articolo 48 incontra la crisi più grave della democrazia italiana contemporanea. Perché quel dovere civico, oggi, un numero crescente di cittadini sceglie di non esercitarlo. I dati sono impressionanti e vanno guardati in faccia.
Nei primi trent’anni della Repubblica, dal 1948 al 1976, alle elezioni politiche votava tra il 92 e il 94 per cento degli aventi diritto: una partecipazione altissima, tra le più alte del mondo. Fino al 2008 l’affluenza è rimasta sopra l’80 per cento. Poi il crollo è stato verticale. Alle elezioni politiche del 2022 ha votato il 63,9 per cento, la più bassa affluenza nella storia repubblicana per le politiche. Alle europee del 2024 si è votato al 49,7 per cento: per la prima volta nella storia della Repubblica, meno di un italiano su due si è recato alle urne. E alle regionali del 2025 si è toccato il minimo storico, con affluenze che in molte regioni sono scese sotto la metà degli aventi diritto.
Il “partito” di chi non vota è diventato, in molte elezioni, il primo partito del Paese. È un fatto che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia a cuore la democrazia. Perché una democrazia in cui vota una minoranza è una democrazia malata, in cui gli eletti rappresentano una parte sempre più piccola dei cittadini, e la sovranità popolare dell’articolo 1 si svuota di sostanza.
Le cause: disaffezione, povertà, distanza
Perché gli italiani non votano più? Le analisi convergono su alcune cause precise, e vale la pena conoscerle perché indicano anche le vie d’uscita.
La prima è la disaffezione verso la politica, il senso che votare non cambi nulla, che i partiti siano tutti uguali, che le promesse non vengano mantenute. La fiducia degli italiani nei partiti è bassissima. È lo sconforto di chi ha smesso di credere che la politica possa migliorare la propria vita.
La seconda causa, meno considerata ma decisiva, è il legame tra astensione e condizione sociale. I dati sono chiari: dove ci sono più famiglie in povertà, più disoccupazione, più giovani che non studiano e non lavorano, l’astensione è più alta. Chi sta peggio vota meno, e votando meno conta meno, e contando meno viene ascoltato meno: un circolo vizioso che allontana proprio chi avrebbe più bisogno di far pesare la propria voce. È esattamente quello che Salvemini temeva: chi rinuncia al voto si disarma.
E questo spiega perché l’astensione colpisce di più il Sud. Le regioni meridionali e le isole votano sistematicamente meno del Centro-Nord: alle europee 2024 il Nord-Ovest ha superato il 55 per cento, le Isole si sono fermate al 37,8. Non perché i meridionali amino meno la democrazia, ma perché nel Sud si concentrano povertà, disoccupazione giovanile, spopolamento, sfiducia. L’astensione è anche una fotografia della questione meridionale.
C’è poi l’astensione dei giovani, cresciuta in modo drammatico: la fascia 18-34 anni è passata dall’essere quella che votava di più a quella che si astiene di più. E c’è un’astensione “involontaria”, che nulla ha a che fare con la disaffezione: quella dei fuori sede, gli studenti e i lavoratori lontani dal proprio comune, che in Italia, unico grande Paese europeo, ancora non possono votare a distanza. Centinaia di migliaia di cittadini che vorrebbero votare e non possono, per un ostacolo puramente organizzativo che altri Paesi hanno risolto da tempo.
Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero
Se l’articolo 48 fosse preso sul serio nel suo pieno significato, la lotta all’astensione diventerebbe una priorità nazionale. L’astensione involontaria sarebbe eliminata: il voto per i fuori sede, il voto anticipato, il voto domiciliare per anziani e disabili, l’election day che concentra le consultazioni, sono tutte misure già proposte, sperimentate in altri Paesi, che ridurrebbero gli ostacoli materiali alla partecipazione. Nessun cittadino che vuole votare dovrebbe essere impedito dalla distanza o dalla burocrazia.
L’educazione civica avrebbe un ruolo centrale nella scuola: si insegnerebbe fin da piccoli che il voto è una conquista e un dovere, perché chi vota da giovane vota per tutta la vita. E soprattutto si aggredirebbero le cause profonde della disaffezione: perché il modo più efficace per riportare i cittadini alle urne non è obbligarli, ma restituire loro la fiducia che il voto serva a qualcosa, che la politica ascolti, che partecipare cambi davvero le cose.
Perché l’astensione non è solo un problema tecnico: è il sintomo di una frattura tra i cittadini e le istituzioni. E si cura non con la costrizione, ma ricostruendo quella fiducia, dando alle persone, soprattutto ai più fragili e ai più giovani, ragioni concrete per credere che la loro voce conti.
Un’applicazione vissuta
Il tema dell’articolo 48 tocca il cuore di quello che sono e di quello che faccio. Come figura civica impegnata nel mio territorio, ho fatto della partecipazione una scelta di vita: credo che un cittadino non debba limitarsi a lamentarsi, ma debba impegnarsi, informarsi, partecipare, contribuire. E credo che il rimedio all’astensione non sia il rimprovero a chi non vota, ma la ricostruzione di ragioni concrete per tornare a crederci.
C’è un nesso diretto tra l’informazione e la partecipazione. Uno dei motori dell’astensione è la disinformazione, la distanza, la sensazione che la politica sia una cosa incomprensibile e lontana. InOnda Network e il lavoro editoriale che porto avanti nascono anche da questa convinzione: un cittadino informato è un cittadino che partecipa. Raccontare il territorio, spiegare le scelte pubbliche, dare voce a chi non ce l’ha, rendere comprensibile la cosa pubblica è un modo di combattere l’astensione alla radice. Questa stessa rubrica sulla Costituzione nasce da qui: far conoscere ai cittadini i propri diritti e doveri è il primo passo perché tornino a esercitarli.
E c’è la dimensione digitale. Le tecnologie possono ridurre l’astensione involontaria, avvicinando le istituzioni ai cittadini, semplificando l’accesso all’informazione e, un domani, rendendo più facile l’esercizio stesso del voto per chi è lontano. Il net.futurismo che ispira il mio lavoro vede nella tecnologia uno strumento di allargamento della partecipazione democratica, non di sua sostituzione: strumenti che avvicinano il cittadino alla cosa pubblica, che abbattono le barriere, che restituiscono voce.
La stella polare di Salento Dinamico
Gaetano Salvemini lo aveva capito più di un secolo fa, guardando il Mezzogiorno: il voto è l’arma dei poveri, l’unica che possiedono per farsi ascoltare. E chi vi rinuncia non protesta, si disarma. È una lezione che il Sud di oggi, dove l’astensione è più alta e la povertà più diffusa, dovrebbe fare propria con urgenza.
Salento Dinamico nasce anche da questa consapevolezza: che un territorio non rinasce se i suoi cittadini rinunciano a contare. La partecipazione, il voto, l’impegno civico sono la precondizione di ogni sviluppo. Un Sud che non vota è un Sud che si consegna, che rinuncia a pesare, che lascia decidere ad altri il proprio destino. Un Sud che torna a votare, a partecipare, a impegnarsi è un Sud che riprende in mano la propria sovranità.
L’articolo 48 ci ricorda che il voto è insieme un diritto conquistato con secoli di lotte e un dovere verso la comunità. Che ogni scheda nell’urna è un atto di sovranità e di dignità. E che la democrazia non è un bene garantito per sempre, ma un patrimonio fragile che vive solo se i cittadini la tengono viva, partecipando. Combattere l’astensione, restituire ai cittadini la fiducia nel valore del proprio voto, è forse la battaglia democratica più importante del nostro tempo. Ed è una battaglia che si vince nei territori, uno per uno, ridando alle persone ragioni per credere che la loro voce conti.
Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; dati storici sull’affluenza elettorale in Italia (1948-2022); Ministero dell’Interno, dati di affluenza elezioni politiche 2022 (63,9 per cento) ed europee 2024 (49,7 per cento); analisi sulle elezioni regionali 2025 e sui minimi storici di affluenza; Presidenza del Consiglio dei Ministri, Libro bianco sull’astensionismo elettorale, giugno 2025; ISTAT, dati su fiducia nei partiti e partecipazione politica; studi ITANES sull’astensionismo generazionale e territoriale; Gaetano Salvemini, scritti sul Mezzogiorno e sul suffragio; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 48; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.














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