Nel 2024 il mondo ha lanciato 260 razzi nello spazio. L’Unione Europea solo tre. E intanto lassù si sta costruendo la prossima frontiera industriale
Lo spazio è tornato a essere un terreno decisivo di sovranità, sicurezza ed economia. L’Europa progetta satelliti d’eccellenza ma dipende dai razzi di Musk per lanciarli, lo stesso schema visto nell’intelligenza artificiale. E mentre big tech e potenze spostano in orbita i data center, le miniere e forse le fabbriche, a Grottaglie il Mezzogiorno prova a diventare la porta italiana verso l’orbita
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«La Terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere per sempre in una culla.»
Konstantin Tsiolkovsky, padre dell’astronautica
Tre lanci
Cominciamo da un numero che, da solo, fotografa una condizione strategica. Nel 2024 nel mondo ci sono stati 260 lanci spaziali, con un aumento del 200 per cento rispetto a dieci anni prima. Gli Stati Uniti ne hanno realizzati 154, la Cina 68, la Russia 17. L’Unione Europea, tutta insieme, ne ha fatti tre. Non trecento, non trenta. Tre. Fashiola
Per chi è cresciuto con il mito dell’Europa spaziale, con i lanci dell’Ariane dalla Guyana francese e le grandi missioni scientifiche, è un dato che fa male. Eppure descrive con esattezza dove siamo arrivati. Konstantin Tsiolkovsky, il maestro russo che a fine Ottocento gettò le basi teoriche dell’astronautica, scrisse che la Terra è la culla dell’umanità, ma che nessuno può vivere per sempre in una culla. Oggi quella frase si sta avverando in un senso che Tsiolkovsky non poteva immaginare: non solo l’uomo, ma le sue macchine, i suoi calcolatori e forse le sue fabbriche stanno uscendo dalla culla. La domanda è se l’Europa, e con essa l’Italia e il suo Mezzogiorno, sarà protagonista o spettatrice di questa nuova frontiera.
Perché lo spazio è tornato strategico
Per decenni lo spazio è stato percepito come un dominio quasi esclusivamente scientifico: sonde, telescopi, esplorazione. Oggi è molto di più. È diventato un terreno di confronto geopolitico ed economico paragonabile alla terra, al mare e al cielo. C’è una massima, negli ambienti strategici, che riassume tutto: chi controlla lo spazio controlla la Terra.
Il motivo è semplice. Dallo spazio passa ormai una parte enorme della nostra vita quotidiana e della nostra sicurezza. I satelliti per le telecomunicazioni e per Internet. Il posizionamento satellitare, il GPS americano e il Galileo europeo, su cui si basano navigazione, logistica, transazioni finanziarie. L’osservazione della Terra, fondamentale per l’agricoltura, la gestione delle emergenze, il monitoraggio del clima, di cui il programma europeo Copernicus è eccellenza mondiale. E, sempre di più, la difesa: le comunicazioni militari, l’intelligence, la sorveglianza. Le reti satellitari sono diventate parte della resilienza di una nazione, ciò che resta in piedi quando, in caso di crisi, guerra ibrida o attacco cyber, le infrastrutture terrestri vengono colpite. La guerra in Ucraina, dove le comunicazioni satellitari hanno avuto un ruolo decisivo sul campo di battaglia, lo ha mostrato a tutti.
In questo quadro, avere accesso autonomo allo spazio non è più un lusso scientifico. È una condizione di sovranità, esattamente come l’energia o la tecnologia.
La dipendenza europea, di nuovo lo stesso schema
E qui arriva il problema, che i lettori di questa rubrica riconosceranno, perché è lo stesso identico schema che abbiamo descritto parlando di intelligenza artificiale e di sovranità tecnologica. L’Europa è capace di progettare e costruire satelliti tra i migliori del mondo. Ma non è più capace di lanciarli da sola in modo affidabile e a costi competitivi.
È quello che gli esperti chiamano il peccato originale dei lanciatori europei. Il vecchio razzo Ariane 5, affidabilissimo, è stato dismesso nel 2023. Il suo successore, Ariane 6, ha accumulato anni di ritardi, debuttando solo nel luglio 2024 invece che nel 2021, ed essendo, per giunta, non riutilizzabile, e quindi molto meno competitivo sui costi rispetto ai razzi americani. Il risultato è imbarazzante: l’Agenzia Spaziale Europea si è trovata costretta a ricorrere a SpaceX per missioni fondamentali, come il lancio dei satelliti Galileo, del telescopio spaziale Euclid e del satellite EarthCARE. Per quattro satelliti Galileo, l’Europa ha pagato a SpaceX 180 milioni di euro, il 30 per cento in più del prezzo medio. Ha pagato di più per dipendere da altri. Agenzia NovaISPI
Fermiamoci su questo, perché è il cuore della questione. L’Europa ha delegato una funzione critica e sovrana, mettere in orbita i propri satelliti strategici, a un’azienda privata americana, controllata da un imprenditore tanto geniale quanto imprevedibile, con operazioni condotte da suolo statunitense. È la stessa vulnerabilità che abbiamo visto per il cloud e per l’intelligenza artificiale. Non serve un nemico per metterci in difficoltà: basta dipendere troppo da un fornitore che un giorno potrebbe cambiare idea, prezzo o alleanze. SpaceX ha una posizione dominante con circa 150 lanci l’anno, e la sua costellazione Starlink si è già presa circa il 70 per cento del mercato della connettività. Startmag
La risposta europea: IRIS² e lo scudo spaziale
L’Europa, va detto, ha capito il problema e sta reagendo. La risposta principale si chiama IRIS², acronimo che sta per Infrastruttura per la Resilienza, l’Interconnettività e la Sicurezza via Satellite. È la terza grande infrastruttura spaziale europea dopo Galileo e Copernicus: una costellazione di circa 290 satelliti in orbita bassa e media, pensata per fornire comunicazioni sicure ai governi e servizi commerciali ai privati, con asset costruiti e gestiti interamente in Europa. È, dichiaratamente, l’alternativa europea a Starlink. Il contratto, firmato a dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE, vale circa 10,6 miliardi di euro per dodici anni, e prevede i primi satelliti operativi nel 2029, con piena capacità nei primi anni Trenta. WikipediaFashiola
Accanto a IRIS², il commissario europeo competente ha annunciato la volontà di costruire uno scudo spaziale europeo, che coprirà le iniziative sulla difesa dello spazio e sullo spazio per la difesa. Sul piano industriale, i tre giganti europei Airbus, Thales e Leonardo stanno lavorando a un progetto di consolidamento, chiamato Bromo, per mettere insieme le loro attività satellitari e raggiungere la scala necessaria a competere. E proprio il 25 giugno, Italia e Francia hanno firmato una dichiarazione congiunta per rafforzare la cooperazione su IRIS², sui lanciatori Ariane 6 e Vega-C e sul progetto Bromo. L’EspressoEconomiadellospazio
Sono passi nella direzione giusta. Ma sarebbe disonesto non dire che IRIS² sconta già ritardi e sforamenti di costi, che la costellazione europea sarà comunque molto più piccola dei diecimila satelliti di Starlink, e che resta il nodo dei lanciatori. Come ha detto con efficacia un esperto del settore, per i razzi europei la vera sfida è arrivare vivi al 2030.
La frontiera che pochi raccontano: data center, miniere e fabbriche oltre l’atmosfera
Fin qui lo spazio di cui si parla di solito: satelliti e lanciatori. Ma c’è una frontiera ulteriore, ancora poco raccontata, che vale la pena guardare in faccia perché non è fantascienza da fra trent’anni, è già cominciata negli ultimi mesi. È l’idea dello spazio come prossima frontiera industriale: il luogo dove spostare il calcolo, l’energia e, un domani, perfino la produzione più inquinante.
Il fronte più avanzato è quello dei data center in orbita. Nel novembre 2025 la startup americana Starcloud ha lanciato un satellite con a bordo una potente GPU per l’intelligenza artificiale e ha addestrato un modello linguistico nello spazio, facendo girare una versione di Gemini fuori dall’atmosfera: la prima volta che un’AI viene addestrata lontano dal pianeta. A marzo 2026 quella stessa azienda ha raggiunto una valutazione di 1,1 miliardi di dollari dopo un round da 170 milioni. E non è un caso isolato: Jeff Bezos ha descritto i data center orbitali come l’evoluzione dell’infrastruttura digitale, Google ha avviato il Project Suncatcher con primi test possibili dal 2027, e perfino la Cina, tramite la sua agenzia spaziale statale, li ha inseriti nel proprio piano quinquennale. Le stime più ottimistiche, da prendere con prudenza, parlano di un mercato fino a 535 miliardi di euro entro il 2030. Onoff + 3
Perché lassù? Per una ragione molto terrena: l’intelligenza artificiale ha una fame di energia enorme, e i data center a terra cominciano a scontrarsi con i limiti della rete elettrica, del consumo d’acqua e del suolo. Oggi i data center assorbono l’1,5 per cento dell’elettricità mondiale con una crescita del 12 per cento l’anno, e in Irlanda da soli oltre il 20 per cento della produzione elettrica nazionale. Da qui l’idea di spostare in orbita il calcolo più energivoro. Ma qui serve sfatare un mito, perché l’intuizione comune inganna: non è il freddo dello spazio ad aiutare. Nel vuoto manca l’aria e quindi la convezione, il calore può essere smaltito solo per irraggiamento, e servono radiatori enormi. Lo spazio si comporta come un gigantesco thermos: isola, non raffredda. Il vero vantaggio è un altro: alla giusta orbita un pannello solare è fino a otto volte più produttivo che sulla Terra e fornisce corrente quasi di continuo, e i data center spaziali non richiederebbero prelievi d’acqua per il raffreddamento, in un’Europa sempre più esposta alla siccità. Sardegnagol + 2
C’è poi la Luna, e qui un’altra finezza che conviene conoscere. La faccia nascosta della Luna non è affatto “oscura”: riceve il sole come quella visibile, semplicemente non è mai rivolta verso la Terra. Il freddo perenne, vicino allo zero assoluto, sta nei crateri ai poli che restano in ombra permanente da miliardi di anni. E proprio lì è stata confermata la presenza di ghiaccio d’acqua: i luoghi più freddi della Luna sono anche quelli con l’acqua, che significa ossigeno da respirare e, scomposta, carburante per ripartire. Non a caso le missioni Artemis puntano al polo sud lunare. La Luna però introduce problemi che l’orbita non ha, una distanza che genera latenza enorme, la polvere, la gravità, e per questo il primo passo concreto è stato piccolo e significativo: a marzo 2025 l’azienda Lonestar ha collocato una macchina di backup dati sulla superficie lunare. Archiviazione, non calcolo in tempo reale. La Luna come cassaforte, più che come fabbrica, almeno per ora. Lo stesso vale, su scala più ambiziosa, per l’estrazione di materie prime da asteroidi e Luna e per l’idea di spostare un giorno l’industria pesante e inquinante fuori dal pianeta, la visione di lungo periodo di Bezos: la Terra come zona protetta, la produzione sporca altrove. Affascinante, ma sempre appesa allo stesso chiodo, il costo per portare massa in orbita. Wikipedia
E qui c’è il punto che riguarda da vicino questa rubrica, perché è la dipendenza tecnologica portata al suo estremo. Quando i dati vengono elaborati in orbita, di chi è la sovranità su quei dati? Come ha osservato la studiosa Payal Arora, la sovranità digitale diventa ambigua, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite, e nessun meccanismo esistente, né il diritto spaziale, né quello cyber, né il GDPR, è stato pensato per questo. Se già oggi dipendiamo dal cloud americano a terra, immaginiamo un cloud che non sta in nessuna nazione. È un rischio enorme, ma per l’Europa anche un’occasione, perché una carta da giocare esiste: il progetto europeo ASCEND, finanziato dalla Commissione dentro Horizon Europe, è guidato da Thales Alenia Space, la joint venture che include l’italiana Leonardo, e a maggio 2026 l’Agenzia Spaziale Europea ha affidato un contratto per studiare architetture e roadmap dei data center orbitali nel suo programma Space Cloud. C’è dentro un pezzo d’Italia. La posta, ancora una volta, non è inseguire: è esserci dall’inizio. Guerre di Rete + 2
L’Italia, una potenza spaziale di media taglia
In questo scenario, l’Italia gioca una partita migliore di quanto si creda. È uno dei pochi Paesi al mondo ad avere una filiera spaziale completa, con oltre 300 imprese e numerosi distretti tecnologici. Investe risorse considerevoli, 7,2 miliardi di euro tra il 2023 e il 2026. E nel giugno 2025 si è dotata di una legge organica sullo spazio, la prima del genere in Europa, con un registro nazionale degli oggetti spaziali, un piano quinquennale e un fondo dedicato. L’Italia, insomma, c’è, ed è presente sia nella partita dei satelliti sia, attraverso Leonardo, in quella nascente dei data center orbitali. E la cosa straordinaria, per noi, è che una parte importante di questa partita si gioca in Puglia. La Gazzetta del MezzogiornoCorriere di Taranto
Grottaglie, la porta italiana verso lo spazio
A Grottaglie, in provincia di Taranto, sull’aeroporto Marcello Arlotta, sta nascendo il primo spazioporto orizzontale d’Italia e dell’intera Unione Europea. Designato spazioporto commerciale già nel 2018, dispone di una delle piste più lunghe d’Europa, 3.200 metri, ideale per i veicoli spaziali a decollo orizzontale, diversi dai tradizionali razzi verticali. L’investimento pubblico, 70 milioni di euro, arriva dal Fondo di Sviluppo e Coesione nell’ambito dell’accordo tra Governo e Regione Puglia. La struttura prevede un grande hangar polifunzionale e un centro servizi, ed è già certificata. Newsroom Italia + 2
Il primo partner commerciale è Virgin Galactic, la compagnia di turismo spaziale di Richard Branson, che ha firmato con l’autorità italiana per l’aviazione civile uno studio di fattibilità per operare da Grottaglie. A settembre 2025 è arrivato anche un accordo tra l’aviazione civile italiana e quella statunitense per regolare i voli suborbitali. L’obiettivo è ambizioso: i primi voli suborbitali potrebbero decollare dalla Puglia entro il 2030, portando i passeggeri oltre i 90 chilometri di quota, a sperimentare alcuni minuti di assenza di gravità. Newsroom ItaliaCorriere dell’Economia
Ma sarebbe riduttivo guardare solo al turismo spaziale. Intorno a Grottaglie c’è una filiera aerospaziale pugliese che è già oggi una realtà industriale di prim’ordine: oltre cento imprese, più di ottomila addetti, un fatturato superiore a 1,5 miliardi di euro, coordinati dal Distretto Tecnologico Aerospaziale, che ha tra i suoi soci le università di Bari e del Salento, il Politecnico e il CNR. Nel 2025 sono state inaugurate quattro Space Smart Factory dedicate alla produzione di piccoli satelliti, finanziate anche con fondi del PNRR. A Maruggio, sempre nel Tarantino, nascerà un centro per addestrare aspiranti astronauti simulando la microgravità sfruttando il mare. La Puglia, come è stato scritto, ambisce a diventare una piccola Cape Canaveral italiana. Il Messaggero + 3
L’occasione, e gli occhi aperti
Davanti a tutto questo l’entusiasmo è comprensibile, e in parte giustificato. La space economy è uno dei settori a più alta intensità di conoscenza e a più alto valore aggiunto che esistano. Porta con sé competenze altissime, posti di lavoro qualificati, attrazione di investimenti internazionali, prestigio. Per un Mezzogiorno che cerca un futuro diverso da quello dell’assistenza e del lavoro povero, è una prospettiva entusiasmante.
Ma proprio perché ci crediamo, dobbiamo guardarla con occhi aperti. Vale per Grottaglie e vale per l’intera frontiera industriale dello spazio, che porta con sé rischi seri che è onesto nominare. La prima domanda è che lo spazioporto non diventi una cattedrale nel deserto, un’infrastruttura prestigiosa ma isolata, scollegata dal tessuto produttivo e dalla vita reale del territorio. La seconda è che il baricentro resti sull’industria e sulla ricerca vere, sui satelliti, sui dati, sulle tecnologie, e non si riduca al solo turismo suborbitale per super-ricchi, affascinante ma economicamente marginale per una comunità. La terza, la più importante, è che il valore generato resti sul territorio, in competenze, imprese e occupazione locali, e che la Puglia non si limiti a ospitare la base fisica di operazioni decise e remunerate altrove. E sullo sfondo restano i rischi globali di questa corsa: l’orbita bassa sempre più affollata e il pericolo dei detriti spaziali, i costi ancora proibitivi, perché un data center da un gigawatt richiederebbe oltre diecimila tonnellate di payload, più di tre volte tutta la massa lanciata in orbita nel 2025, e il rischio che parte dell’entusiasmo sia, per ora, più una grande storia da raccontare ai mercati che una soluzione matura. Crederci non significa essere ingenui.
Il legame con i nostri giovani
C’è un punto che lega questo tema a quasi tutto ciò che questa rubrica racconta da mesi: le competenze. La space economy ha bisogno di ingegneri aerospaziali, fisici, informatici, tecnici altamente specializzati. Sono esattamente i profili che le università di Bari e del Salento formano e che, troppo spesso, oggi emigrano verso il Nord o all’estero, come abbiamo visto parlando della fuga dei cervelli. Costruire a Grottaglie un polo spaziale vero significa offrire a quei giovani una ragione concreta per restare, o per tornare. Significa creare, in casa, lavoro qualificato e dignitoso. È la dimostrazione plastica che trattenere i cervelli al Sud non è un’utopia: è una scelta che dipende dalla capacità di costruire opportunità all’altezza del loro talento.
La proposta, allora, è chiara. Sostenere Grottaglie e la filiera aerospaziale pugliese come una priorità strategica regionale e nazionale, legandola strettamente alla ricerca universitaria del territorio. Puntare sulla parte industriale e scientifica, non solo su quella spettacolare. Inserire con forza la Puglia e l’Italia nei grandi programmi europei, da IRIS² al consolidamento industriale fino alla frontiera dei data center orbitali dove Leonardo è già presente. E fare di tutto perché le competenze formate qui trovino qui un futuro. La Regione, che ha avuto il merito di scommettere sull’aerospazio da anni, può e deve esserne la regista.
Salento Dinamico e lo sguardo verso l’alto
Tsiolkovsky diceva che la culla serve a crescere, non a restarci per sempre. È una frase che, per il Mezzogiorno, suona quasi come un programma. Per troppo tempo il Sud è stato raccontato e si è raccontato come una terra immobile, una culla da cui si può solo andarsene. Lo spazio, paradossalmente, offre una metafora e un’occasione concrete per ribaltare questa narrazione: alzare lo sguardo, puntare in alto, costruire qui, nella terra rossa del Tarantino, una delle frontiere più avanzate della tecnologia mondiale.
Salento Dinamico ha sempre creduto che il futuro del Sud non si costruisca rimpiangendo il passato o gestendo il declino, ma scommettendo sulle frontiere più avanzate, là dove il talento dei nostri giovani può esprimersi senza dover fare le valigie. Lo spazio sta diventando il luogo dove si deciderà chi possiede l’infrastruttura del calcolo, dell’energia e dei dati del futuro. Uno spazioporto in Puglia, se sapremo riempirlo di industria, ricerca e competenze e non solo di voli spettacolari, può diventare il simbolo di un Mezzogiorno che ha smesso di guardare in basso. Che ha capito, finalmente, di non dover vivere per sempre nella culla.
Fonti: Key4biz, 6 ottobre 2025 (dati lanci mondiali 2024, geopolitica spaziale); Agenzia Nova, 21 aprile 2025 (dipendenza europea da SpaceX, Galileo, Euclid, EarthCARE); ISPI, 2024 (accordo ESA-SpaceX, 180 milioni); Wikipedia e Key4biz, marzo 2026 (IRIS², 290 satelliti, 10,6 miliardi, SpaceRISE); L’Espresso, 28 gennaio 2026 (scudo spaziale europeo, Kubilius); Economia dello Spazio, 25 giugno 2026 (dichiarazione Italia-Francia); IBM Think e Agenda Digitale, dicembre 2025 (data center spaziali, studio ASCEND, Thales Alenia-Leonardo); Money.it e OnOff, marzo 2026 (Starcloud, addestramento LLM in orbita, valutazione 1,1 miliardi); QualEnergia e Sardegnagol, febbraio-aprile 2026 (Google Suncatcher, raffreddamento, costi, consumi); Guerre di Rete, giugno 2026 (Axiom Space, sovranità dei dati in orbita, Payal Arora); Wikipedia, giugno 2026 (Space-based data center, Lonestar, ESA Space Cloud); Il Sole 24 Ore 2023 e Corriere di Taranto, 25 ottobre 2025 (filiera aerospaziale pugliese, DTA, Space Smart Factory); Il Messaggero, 18 settembre 2025 e Corriere dell’Economia, 26 novembre 2025 (spazioporto Grottaglie, Virgin Galactic, voli entro il 2030); ENAC e Newsroom Italia, settembre 2025 (accordo ENAC-FAA); La Gazzetta del Mezzogiorno, 14 dicembre 2024 (legge spazio, investimenti 7,2 miliardi)












0 commenti