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Welfare, sport e politiche giovanili sotto un unico assessorato: la Puglia scommette sul “welfare di comunità”. Le misure messe in campo bastano a dimostrare che funziona?

da 1 Luglio 2026Politica0 commenti

Con la giunta insediata a gennaio, la Regione Puglia ha riunito in un solo assessorato tre ambiti prima separati: politiche sociali, sport e politiche giovanili. La scommessa, dichiarata, è costruire un “welfare di comunità” capace di superare l’assistenzialismo e diventare leva di sviluppo. A cinque mesi, le prime misure ci sono: il microcredito sociale, i percorsi di autonomia per le persone con disabilità, il finanziamento delle idee dei giovani, il potenziamento della rete di aggregazione. È il momento di guardarle nel merito, una per una, senza sconti e senza applausi. Perché una buona intenzione, in politica, vale solo per come viene mantenuta.

di Francesco Giannetta. Giugno 2026


“Da vicino, nessuno è normale.”
Franco Basaglia, psichiatra, artefice della legge che chiuse i manicomi e restituì dignità e diritti alle persone più fragili (1924-1980)


La scelta di fondo: tre deleghe in un solo assessorato

Il punto di partenza non è una persona, ma una scelta organizzativa, e vale la pena valutarla per quello che è. Nella composizione della giunta regionale insediatasi il 16 gennaio 2026, la Regione Puglia ha deciso di riunire in un unico assessorato, affidato al vicepresidente della giunta Cristian Casili, tre ambiti che nelle legislature precedenti viaggiavano separati, spesso in dipartimenti diversi: le politiche del welfare, le politiche giovanili e lo sport. Non è un dettaglio da organigramma. Dietro c’è una tesi precisa: che il sociale, i giovani e lo sport non siano compartimenti stagni, ma parti di un unico disegno, quello di una comunità che tiene insieme la cura dei più fragili, gli strumenti per i giovani, e lo sport come veicolo di inclusione e salute.

La tesi, sulla carta, è convincente. Frammentare queste politiche in assessorati diversi ha storicamente prodotto sovrapposizioni, dispersione di risorse, mancanza di regia. Riunirle promette il contrario: una programmazione coerente, in cui una misura sui giovani può intrecciarsi con una sullo sport e una sul welfare, moltiplicando gli effetti. Ma la promessa, appunto, è sulla carta. Unificare le deleghe è stato il primo passo, la scommessa vera è un’altra: che da questa unificazione nascano davvero politiche integrate, e non tre uffici che continuano a lavorare separati sotto un’unica insegna. È il primo parametro con cui, tra un anno e tra cinque, andrà misurata l’operazione. Per ora c’è la scelta, coerente. I risultati dell’integrazione sono tutti da dimostrare.

La cornice: cosa significa “welfare di comunità”

La formula che dà senso all’intera operazione è “welfare di comunità”, ed è bene capirne il significato, perché non è uno slogan qualsiasi. L’idea, che ha radici profonde nel pensiero riformatore italiano, è che l’assistenza sociale non debba limitarsi a tamponare i bisogni distribuendo sussidi e prestazioni, ma debba mettere le persone nelle condizioni di riappropriarsi della propria vita. Un welfare che non custodisce la fragilità, ma la emancipa; che non assiste soltanto, ma abilita. È lo stesso principio che, in tutt’altro campo, animò la rivoluzione di Franco Basaglia, citato in apertura: trasformare l’assistenza in restituzione di dignità e autonomia. Applicato alle politiche regionali, significa considerare la spesa sociale non come un costo che sottrae risorse allo sviluppo, ma come un investimento che genera sviluppo: una comunità coesa, inclusiva, capace di trattenere le persone.

È una cornice ambiziosa, e va detto con chiarezza che, come principio, è la direzione giusta, quella verso cui le politiche sociali più avanzate si muovono da anni in tutta Europa. Ma è anche una cornice esigente, perché sposta l’asticella del giudizio molto in alto. Un welfare che si limita a distribuire si valuta contando quanto distribuisce. Un welfare che promette di emancipare si valuta su un parametro molto più difficile: le persone che ha davvero rimesso in piedi, i giovani che ha davvero trattenuto, le fragilità che ha davvero trasformato in autonomia. Chi sceglie questa cornice, in altre parole, si carica volontariamente di un onere della prova più pesante. Ed è giusto che sia su quell’onere della prova, e non sulle intenzioni, che si misuri il suo operato.

La prova dei fatti: le misure, una per una

Veniamo dunque alle misure concrete, che sono la vera materia del giudizio. La prima, già partita, è il microcredito sociale: piccoli prestiti destinati a chi è escluso dal sistema bancario tradizionale, pensati per far ripartire persone e famiglie invece di limitarsi a sostenerle con un sussidio. È una misura pienamente coerente con la logica del welfare che abilita: dà uno strumento, non un’elemosina. Il suo valore, però, si misurerà su numeri che oggi non ci sono ancora: quante persone raggiunte, quanti prestiti effettivamente erogati, quante attività realmente avviate, quanti restituiti. Un microcredito che resta di nicchia, con poche decine di beneficiari, sarebbe un buon segnale ma un impatto marginale. La direzione è giusta, la scala è da verificare.

La seconda misura sono i percorsi di autonomia per le persone con disabilità, nella logica della “vita indipendente” che è anche una delle deleghe esplicite dell’assessorato. Anche qui l’impostazione è corretta: puntare sull’autonomia, e non solo sull’assistenza, è ciò che la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità chiede da anni. E c’è un elemento che dà a questa attenzione una credibilità che precede l’attuale mandato: nelle legislature scorse sono diventate legge misure concrete nello stesso solco, i parchi gioco inclusivi installati in quasi tutti i comuni pugliesi e i campi scuola per i bambini con diabete di tipo 1. Sono provvedimenti piccoli nei numeri ma precisi nel segno, e dimostrano che l’attenzione alle fragilità dei più piccoli non nasce oggi, ha una storia documentata. Resta però la domanda di sempre: quanti percorsi di autonomia saranno effettivamente attivati, con quali risorse, e con quale continuità nel tempo?

Sul fronte dei giovani, la misura “GO! Generazione in Orbita” ha una logica che merita di essere sottolineata perché è quella giusta: non cala progetti dall’alto sulla testa dei ragazzi, ma chiede loro di mettersi insieme, in gruppi di almeno cinque, e di presentare un’idea che la Regione finanzia. È un approccio dal basso, che tratta i giovani come protagonisti e non come destinatari passivi. Parallelamente viene potenziata “Galattica”, la rete dei luoghi di aggregazione giovanile diffusi sul territorio, con l’ambizione dichiarata di collegarla ad altri Paesi europei, e si annuncia una nuova misura sulle startup. Sono strumenti coerenti. Ma è proprio qui che si concentra la sfida più dura, e va nominata senza infingimenti: dalla Puglia i giovani continuano ad andare via, come confermano i dati più recenti. Nessuna di queste misure potrà dirsi riuscita se non su un solo, spietato parametro: la capacità reale di incidere su quel numero. Finanziare buone idee e potenziare spazi di aggregazione è giusto e necessario, ma è la premessa, non ancora il risultato.

C’è infine il capitolo sport, che nel 2026 gode di grande visibilità grazie al riconoscimento della Puglia come “Regione Europea dello Sport”. Su questo serve precisione, per non confondere i piani: quel riconoscimento è frutto di una programmazione pluriennale costruita in buona parte nelle gestioni precedenti, e non è merito di un mandato in carica da pochi mesi. Ciò che compete a questo assessorato è riempire di sostanza quell’etichetta con gli appuntamenti dell’anno, dai Giochi del Mediterraneo al ritorno del Torneo delle Regioni, fino al Trofeo CONI di ottobre a Bari. La visione dello sport come leva di inclusione, salute e anche turismo è condivisibile. Ma anche in questo caso il giudizio va rimandato a ciò che questi eventi lasceranno sui territori, non alla loro semplice realizzazione, e soprattutto alla capacità di portare impianti e attività sportiva anche nelle aree interne e periferiche, dove oggi mancano, e non solo nei grandi centri.

Il nodo comune: la continuità delle risorse e i territori dimenticati

Messe in fila, tutte queste misure condividono due punti di forza e due punti deboli comuni, che vale la pena isolare perché sono il vero banco di prova dell’intera operazione. I punti di forza: una logica coerente, quella del welfare che abilita invece di assistere, e un’impostazione dal basso, che coinvolge i destinatari invece di calare interventi preconfezionati. Sono scelte giuste, e sarebbe sbagliato non riconoscerle. I punti deboli, o meglio i rischi, sono altrettanto chiari. Il primo è la continuità delle risorse: troppe buone politiche, nella storia amministrativa italiana, si sono spente dopo il primo anno per mancanza di fondi, restando esperimenti anziché diventando sistema. Il secondo è la geografia: c’è il rischio concreto che tutte queste misure raggiungano i grandi centri e le aree più organizzate, e lascino indietro i piccoli comuni delle aree interne, del Salento profondo, della Murgia, del Subappennino, proprio quelli dove la fragilità è più acuta e i servizi più rari.

Sono rischi, non ancora fallimenti. A cinque mesi dall’insediamento sarebbe ingeneroso pretendere risultati consolidati: siamo, fisiologicamente, nella fase degli indirizzi e delle prime attuazioni. Ma è esattamente il momento giusto per fissare pubblicamente i parametri con cui quelle misure andranno giudicate quando i risultati dovranno esserci: i numeri reali dei beneficiari, la continuità dei finanziamenti, la capillarità territoriale, e soprattutto la capacità di incidere sull’unico indicatore che conta davvero per il futuro della regione, il numero di giovani che decidono di restare o di tornare. Su questi parametri torneremo, misura dopo misura.

Salento Dinamico: il welfare come sviluppo è la strada giusta, e proprio per questo va vigilata

Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, il welfare e la sanità di prossimità erano tra le dimensioni costitutive di quella visione, accanto a innovazione, energia, ambiente, mobilità, agricoltura, legalità economica, dignità del lavoro. L’idea di fondo era esattamente quella che oggi ispira l’operazione della Regione: nel Mezzogiorno il sociale non è un costo che sottrae risorse allo sviluppo, è esso stesso sviluppo. Una comunità che si prende cura dei suoi anziani, include le persone con disabilità, offre ai suoi giovani strumenti e non solo assistenza, usa lo sport per tenere unite le persone, è una comunità più coesa, più attrattiva, più capace di trattenere i propri figli. Che questa impostazione trovi oggi spazio nell’azione regionale è, oggettivamente, un fatto positivo, e sarebbe sbagliato non riconoscerlo.

Ma proprio perché è la strada giusta, va vigilata più che applaudita. Il “welfare di comunità” è una promessa ambiziosa, e le promesse ambiziose sono le più facili da tradire, non per malafede, ma perché la distanza tra l’annuncio di un buon modello e la sua realizzazione capillare, finanziata, continuativa, è enorme, e si misura in anni di lavoro paziente e poco spettacolare. Il compito di chi fa informazione non è né sabotare le buone idee né applaudirle, ma seguirle nei fatti, misura dopo misura, chiedendo conto dei risultati con la stessa serietà con cui si riconoscono i buoni indirizzi. Il Salento e la Puglia non hanno bisogno di modelli enunciati nei convegni, ma di risultati che si vedano nei piccoli comuni, nelle famiglie fragili, nei ragazzi che smettono di fare la valigia. Il rispetto più grande che si possa portare a una buona idea non è lodarla, ma pretendere che funzioni davvero. E su questo, come su tutto, contano i fatti, non le intenzioni.


Fonti: Regione Puglia, “Il presidente Decaro nomina la nuova Giunta della Regione Puglia”, comunicato del 16 gennaio 2026, e portale istituzionale della giunta regionale, deleghe dell’assessorato al Welfare, Sport e Politiche giovanili; BariToday, “Welfare, sport e politiche giovanili: la visione del welfare di comunità”, intervista del 7 giugno 2026; cronache dell’insediamento della giunta regionale, gennaio 2026; iniziative legislative regionali in materia di parchi gioco inclusivi, campi scuola per bambini con diabete di tipo 1, orti urbani ed educazione in natura, legislature 2015-2025; Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, principio della vita indipendente; Franco Basaglia, promotore della legge 13 maggio 1978 n. 180.

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