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La Bolkestein torna, e stavolta tocca i banchi del mercato: perché una direttiva europea del 2006 rimette in gioco ambulanti, taxi, guide e farmacie del Sud

da 6 Luglio 2026Economia, Europa Strategica, Politica0 commenti

Dopo le spiagge, il principio della concorrenza europea arriva sui posteggi dei mercati, sui taxi, sulle guide turistiche, sugli ordini professionali. Un decreto del giugno 2026 riapre la partita, mentre l’Unione spinge per liberalizzare ancora di più i servizi. Il rischio è che regole identiche, applicate a territori diseguali, allarghino i divari invece di ridurli

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«Le cose uguali vanno trattate in modo uguale, le disuguali in modo disuguale.»
Aristotele, principio della giustizia proporzionale


Il banco del mercato che va all’asta

Immaginate una famiglia che da quarant’anni, ogni settimana, monta lo stesso banco nello stesso mercato di un paese del Salento. Ci ha cresciuto i figli, ci ha costruito una clientela, ci ha investito una vita. Ora, per continuare a lavorare in quel posto, dovrà vincere una gara pubblica, competendo con chiunque altro voglia quel posteggio. Non è uno scenario ipotetico: è ciò che ha stabilito un decreto firmato il 10 giugno 2026 dal Ministero delle Imprese, che ha adottato in via definitiva le linee guida per l’assegnazione dei posteggi nel commercio su aree pubbliche. Dopo anni di proroghe puntualmente bocciate dai giudici, i mercati d’Italia, circa 146.000 operatori secondo l’osservatorio ministeriale, dovranno andare a gara, con concessioni della durata di dieci anni e bandi valutati con un sistema a cento punti.

Torna, insomma, una vecchia conoscenza: la direttiva Bolkestein. Solo che stavolta non si parla di spiagge, ma dei banchi del mercato. E dietro questa vicenda, apparentemente locale e amministrativa, si nasconde una delle partite strategiche più delicate dell’intera costruzione europea. Aristotele, molti secoli fa, aveva fissato un principio di giustizia che oggi torna sorprendentemente attuale: le cose uguali vanno trattate in modo uguale, ma le cose disuguali vanno trattate in modo disuguale. È esattamente il nodo che abbiamo davanti.

Cos’è la Bolkestein, e perché ritorna

Facciamo un passo indietro. La direttiva Bolkestein è la normativa europea del 2006 che punta a facilitare la libera circolazione dei servizi nel mercato unico. Il suo cuore è l’articolo 12: quando una risorsa è scarsa, per esempio un tratto di demanio o un posteggio pubblico, l’accesso non può essere garantito per sempre allo stesso soggetto con rinnovi automatici, ma deve passare attraverso una selezione pubblica, una gara, con durata limitata. L’obiettivo dichiarato è nobile: impedire che pochi si approprino stabilmente di un bene di tutti, aprire i mercati a nuovi operatori, combattere le rendite di posizione.

Di questa direttiva abbiamo già parlato a proposito delle concessioni balneari, il fronte più noto e conflittuale. Ma sarebbe un errore pensare che riguardi solo gli stabilimenti sulle spiagge. Lo stesso principio si estende a un mondo intero di attività, e l’Italia, va detto, è tra i pochissimi Paesi, insieme alla Spagna, ad aver applicato la Bolkestein anche al commercio ambulante. Il verdetto dei giudici, fino al Consiglio di Stato, è stato netto: le proroghe generalizzate delle concessioni sono illegittime, e i Comuni devono bandire le gare.

Il secondo tempo della direttiva

Ed è qui che la partita si allarga. Perché oltre agli ambulanti, la stessa logica di apertura e concorrenza tocca una costellazione di piccoli mestieri che formano il tessuto quotidiano delle nostre città e dei nostri paesi. I taxi e il noleggio con conducente, dove l’Autorità garante della concorrenza continua a richiamare Comuni e Regioni a rimuovere le barriere territoriali nei bandi. Le guide turistiche, la cui professione è stata ridisegnata di recente. Gli ordini professionali, da sempre sotto la lente europea per le loro regole di accesso. E le farmacie, il cui assetto proprietario è stato progressivamente aperto ai capitali e alle catene. Sono tutti tasselli dello stesso disegno: rendere più aperto, più contendibile, più concorrenziale il settore dei servizi.

E non finisce qui, anzi. Perché sul piano europeo la spinta, lungi dall’attenuarsi, sta per aumentare. Nel maggio 2025 la Commissione europea ha presentato una nuova Strategia per il mercato unico, che punta ad abbattere quelli che ha ribattezzato i “Terrible Ten”, le dieci barriere interne considerate più dannose, con un’attenzione particolare proprio alla scarsa integrazione del mercato dei servizi. Sulla scia dei rapporti di Mario Draghi e di Enrico Letta, che hanno indicato nel mercato unico incompiuto la principale zavorra della competitività europea, la presidente della Commissione ha promesso di “finire ciò che abbiamo iniziato”, rimuovendo le barriere che ancora frenano la circolazione dei servizi. Tradotto: la pressione su queste categorie non calerà, crescerà.

Il principio giusto e il rischio concreto

A questo punto è doveroso essere onesti ed equilibrati, perché sarebbe facile e sbagliato trasformare tutto questo in una crociata contro l’Europa. Il principio della concorrenza, in astratto, non è affatto sbagliato. I rinnovi automatici e perpetui possono cristallizzare privilegi e chiudere interi settori ai giovani e ai nuovi arrivati. Le stesse linee guida sugli ambulanti introducono un argine sacrosanto contro la formazione di posizioni dominanti nei grandi mercati. E c’è un dato che fa riflettere: secondo un’indagine delle associazioni di categoria, nei mercati il venti-trenta per cento dei posteggi istituiti risulta vuoto, il che indica spazio disponibile per chi vuole cominciare. Aprire, in sé, non è un male.

Il problema non è il principio, è la sua applicazione uniforme. Ed è qui che torna Aristotele. Applicare regole rigorosamente identiche a condizioni di partenza profondamente diverse non produce uguaglianza: produce divergenza. Ciò che è ragionevole per una metropoli del Nord Europa, con un mercato dei servizi dinamico e affollato di operatori, può avere effetti devastanti su una famiglia che tiene un banco da decenni in un piccolo comune del Mezzogiorno, su una guida turistica che lavora da sola, su una farmacia di paese. Nelle gare, a parità di regole, vince spesso chi ha più mezzi, più capitale, più struttura. Il rischio concreto, allora, è che una liberalizzazione applicata alla cieca finisca per trasferire queste piccole economie dalle mani delle famiglie a quelle dei capitali e delle catene. Non più concorrenza tra pari, ma sostituzione dei deboli con i forti.

La questione meridionale, di nuovo

C’è una ragione profonda per cui questo tema riguarda il Sud più di ogni altra area. Gaetano Salvemini, il grande meridionalista di Molfetta, aveva passato la vita a denunciare come politiche nazionali uniformi, pensate su misura per le condizioni del Nord, finissero regolarmente per penalizzare un Mezzogiorno che partiva da condizioni diverse. La stessa lezione vale oggi per le regole europee. Nel Sud, il mercato del sabato, la guida che racconta una chiesa barocca, il taxi nel borgo turistico, la farmacia dell’entroterra non sono soltanto attività economiche. Sono presidi di comunità, infrastrutture sociali in luoghi dove le alternative scarseggiano, pezzi di identità e di socialità che tengono insieme paesi altrimenti a rischio di spopolamento. Trattarli come un “servizio” qualsiasi, misurabile con la sola lente della concorrenza, significa ignorarne la funzione territoriale.

Non è un caso che siano proprio le Regioni, sostenute dalle associazioni degli ambulanti, a chiedere un ruolo più forte in questa partita, rivendicando la loro competenza in materia di commercio e la conoscenza diretta dei territori. Hanno ragione: chi conosce un luogo è più adatto a governarne le transizioni. È lo stesso principio dello sviluppo dal basso di cui abbiamo parlato altre volte.

Non contro le categorie, ma per una transizione giusta

Sia chiara una cosa, perché è decisiva. Difendere queste categorie non significa difendere il privilegio, né chiudere gli occhi davanti alle rendite, né tantomeno mettersi contro la concorrenza. Gli ambulanti, i tassisti, le guide, i farmacisti non sono il problema: sono lavoratori che chiedono solo di non essere travolti da un cambiamento deciso lontano da loro e calato dall’alto. Il punto non è fermare la transizione, ma renderla giusta.

Una transizione giusta significa periodi di adattamento adeguati a recuperare gli investimenti fatti, tutela dell’anzianità e dell’esperienza maturata, premialità reali per i giovani che entrano e per il radicamento territoriale, argini seri contro la concentrazione nelle mani di pochi grandi capitali. Significa applicare le regole europee con intelligenza territoriale, non con automatismo burocratico. La proposta, allora, è duplice. Sul piano europeo, che il completamento del mercato unico dei servizi non si traduca in uniformità cieca, ma sappia riconoscere le specificità legittime dei territori più fragili. Sul piano nazionale e regionale, che l’Italia e la Puglia usino ogni margine disponibile per accompagnare, e non abbandonare, queste categorie nella transizione, proteggendo gli investimenti delle famiglie e la funzione sociale di questi mestieri.

Salento Dinamico e la giustizia che non è uniformità

C’è un’immagine che vale più di molti ragionamenti: il mercato di un paese salentino all’alba, i banchi che si montano, le voci, i volti conosciuti. È una scena antica, imperfetta, ma profondamente viva. È un pezzo di quel tessuto sociale che nessuna metrica sulla concorrenza riesce a misurare, e che una volta dissolto non torna più.

Il mercato unico europeo è una delle più grandi conquiste della nostra storia, e chi scrive crede nell’Europa e nella modernizzazione, non certo nell’immobilismo. Salento Dinamico nasce proprio dall’idea che il Sud debba innovare, competere, aprirsi, e lo dico da chi costruisce ogni giorno impresa digitale in questa terra. Ma innovare non significa sradicare. La lezione di Aristotele resta la più attuale di tutte: la vera giustizia non è trattare tutti allo stesso modo, è riconoscere le differenze e tenerne conto. Un’Europa che imparasse a completare il proprio mercato senza schiacciare i suoi territori più fragili sarebbe non solo più giusta, ma anche più forte, perché più capace di tenere insieme la sua straordinaria diversità. La sfida, per il Mezzogiorno, è esattamente questa: modernizzarsi senza perdere l’anima, competere senza dissolvere le comunità. Non è una nostalgia. È una forma più alta di futuro.


Fonti: Ministero delle Imprese e del Made in Italy, decreto 10 giugno 2026 (linee guida concessioni commercio su aree pubbliche, 146.000 operatori, concessioni decennali, sistema a 100 punti, argine alla concentrazione); QuiFinanza, giugno 2026 (dettagli linee guida, articolo 11 legge 214/2023); Confesercenti, 31 gennaio 2026 (tavolo MIMIT, ruolo delle Regioni, situazione a macchia di leopardo, posteggi vuoti); Consiglio di Stato, sentenze 9266/2024 e 1957/2025 (illegittimità delle proroghe automatiche, articolo 12 direttiva 2006/123/CE); Camera dei deputati (applicazione Bolkestein al commercio ambulante, Italia e Spagna); Ufficiocommercio.it, 2026 (Antitrust su NCC e barriere territoriali); Commissione europea, 21 maggio 2025 (Strategia per il mercato unico, Terrible Ten, servizi); Quotidiano Nazionale, 20 maggio 2026 (dichiarazioni von der Leyen, rapporti Draghi e Letta, gold plating); IVG e RomaToday, 2024-2026 (mobilitazioni di categoria, ricorsi, dati settore)

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