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La difesa della Patria è “sacro dovere del cittadino”: ma in un’Europa che torna a parlare di riarmo e di leva, cosa significa davvero difendere il proprio Paese?

da 7 Luglio 2026Cultura, La Costituzione come Stella Polare0 commenti

Il cinquantaduesimo articolo della Costituzione, la difesa della Patria come dovere e lo spirito democratico delle Forze armate, in un tempo in cui la guerra è tornata alle porte dell’Europa e il dibattito sul servizio militare si riapre

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«Ho imparato sul fronte russo che la Patria non sono i confini o le bandiere: sono le persone. Difendere la Patria significa difendere loro, la loro dignità, il loro diritto a vivere in pace.»
— Nuto Revelli, alpino e partigiano


Dai diritti ai doveri

Con l’articolo 52 la Costituzione compie un passaggio importante. Dopo aver elencato i diritti politici, il diritto di voto, di associarsi in partiti, di petizione, di accedere alle cariche pubbliche, comincia a parlare dei doveri del cittadino. E il primo dovere che incontra è forse il più impegnativo di tutti: la difesa della Patria.

«La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici.

L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.»

Tre commi che affrontano un tema delicatissimo: il rapporto tra il cittadino, lo Stato e la difesa. Un tema che sembrava archiviato e che oggi, con la guerra tornata alle porte dell’Europa, è drammaticamente riemerso nel dibattito pubblico.

“Sacro dovere”: ma quale Patria, e quale difesa

Il primo comma usa parole forti: la difesa della Patria è “sacro dovere del cittadino”. È una delle poche volte in cui la Costituzione, un testo laico e sobrio, usa la parola “sacro”. Non è un caso: i costituenti attribuivano alla difesa della comunità nazionale un valore altissimo. Ma bisogna capire bene di cosa parlano, perché il senso di queste parole si chiarisce solo leggendole insieme a un altro articolo fondamentale.

L’articolo 11 della Costituzione stabilisce che l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Difesa sì, aggressione no. La Patria si difende, non si impone agli altri con le armi. Questi due articoli, il 52 e l’11, vanno letti insieme: il dovere di difesa non è mai un dovere di conquista, ma solo di protezione della comunità e della sua libertà.

E c’è di più. Per i costituenti, che avevano appena vissuto la Resistenza, la “difesa della Patria” aveva un significato preciso e vissuto. La vera difesa della Patria non erano state le guerre di aggressione del fascismo, ma la lotta di chi aveva difeso la libertà contro la dittatura e l’occupazione. La Patria non è il regime, non è il potere, non sono i confini disegnati sulla carta: è la comunità dei cittadini liberi, la loro dignità, il loro diritto di vivere in pace. È esattamente ciò che aveva imparato Nuto Revelli, mandato a morire sul fronte russo da un regime che aveva tradito i suoi stessi soldati, e diventato poi testimone per tutta la vita della verità che la Patria sono le persone, non le bandiere.

Il servizio militare: dalla leva obbligatoria all’esercito professionale

Il secondo comma affronta il servizio militare, che dichiara “obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge”. Per gran parte della storia repubblicana, questo si è tradotto nella leva obbligatoria: tutti i giovani maschi erano chiamati a svolgere il servizio militare. La coscrizione, nata in epoca moderna, aveva svolto un ruolo importante non solo militare ma anche civile e sociale: aveva contribuito a costruire l’identità nazionale, a far incontrare giovani di regioni e classi sociali diverse, a “nazionalizzare” un Paese profondamente frammentato. Per generazioni di italiani, il servizio di leva è stato un rito di passaggio e un’esperienza di incontro tra Nord e Sud.

Poi le cose sono cambiate. Con la fine della guerra fredda e l’idea di una pace ormai stabile, l’Italia ha scelto di trasformare le proprie forze armate in un esercito professionale, fatto di volontari specializzati. La leva obbligatoria è stata sospesa a partire dal 1° gennaio 2005, con la legge Martino. Attenzione: sospesa, non abolita. La difesa della Patria resta un “sacro dovere” scritto nella Costituzione, e la legge potrebbe in teoria richiamare i cittadini in caso di necessità. Pochi anni prima della sospensione, tra l’altro, si era aperto anche il reclutamento femminile volontario: le donne sono entrate a pieno titolo nelle Forze armate.

Il secondo comma contiene anche una garanzia importante: l’adempimento del servizio militare “non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici”. Chi serve il Paese non deve perdere il lavoro né i diritti. E accanto al servizio militare, l’ordinamento ha riconosciuto fin dal 1972 l’obiezione di coscienza e il servizio civile: chi per convinzioni morali o religiose rifiuta le armi può servire la comunità in altre forme. La difesa della Patria, si è capito, può essere anche non armata.

Il dibattito di oggi: il ritorno della leva e il riarmo europeo

Ed eccoci al presente, dove l’articolo 52 è tornato prepotentemente di attualità. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, dopo il progressivo disimpegno degli Stati Uniti dalla difesa dell’Europa, i governi europei hanno riaperto un dossier che sembrava chiuso: quello della difesa e, con esso, del servizio militare.

In tutta Europa si sperimentano modelli diversi. La Germania ha introdotto dal 2026 un servizio militare su base volontaria, con questionari inviati ai diciottenni, puntando a rafforzare i propri organici. La Francia ha annunciato un servizio militare volontario di dieci mesi. La Croazia ha ripristinato un servizio obbligatorio di due mesi. Diversi Paesi, come Spagna, Portogallo e Paesi Bassi, restano invece sul modello puramente professionale. E in Italia il ministro della Difesa ha annunciato un disegno di legge, atteso all’inizio del 2026, per creare non una leva obbligatoria, ma una riserva volontaria di alcune migliaia di unità, fatta anche di specialisti (medici, ingegneri, esperti di cybersicurezza), da richiamare in caso di necessità.

È un dibattito su cui è giusto dare conto di tutte le posizioni, perché divide profondamente. Da un lato c’è chi sostiene che l’Europa, in un mondo più instabile e meno protetta dall’alleato americano, debba essere in grado di difendersi da sola, e che questo richieda forze armate più solide e riserve più ampie. Dall’altro c’è chi teme una deriva verso la militarizzazione e ritiene che le ingenti risorse destinate al riarmo dovrebbero essere investite altrove, nella sanità, nella scuola, nel futuro dei giovani.

E gli italiani, su questo, hanno un’opinione piuttosto netta. Secondo l’Eurispes, nel 2026 il 44 per cento dei cittadini considera le spese per la Difesa soprattutto un costo, e solo il 32 per cento un investimento, con una tendenza in crescita rispetto agli anni precedenti. Tra i giovani, la maggioranza è contraria alla reintroduzione di una leva obbligatoria. C’è una domanda scomoda, sollevata da diversi studiosi, che attraversa tutto il dibattito: come si può chiedere ai giovani di essere pronti a difendere il Paese, se a quegli stessi giovani si lascia un futuro incerto, un’economia fragile, poche prospettive? La difesa di una comunità, in fondo, ha bisogno prima di tutto di cittadini che sentano quella comunità come propria, che abbiano qualcosa in cui credere e per cui valga la pena impegnarsi.

Il terzo comma: lo spirito democratico delle Forze armate

Il terzo comma dell’articolo 52 è di straordinaria importanza, e oggi più che mai: “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. I costituenti, reduci da un regime che aveva usato l’esercito come strumento di potere e di aggressione, vollero stabilire un principio chiaro: le Forze armate della Repubblica non sono un corpo separato, non sono al di sopra della democrazia, ma sono parte dello Stato democratico e ne condividono i valori.

Significa che i militari sono cittadini con divisa, titolari di diritti; che le Forze armate sono sottoposte al controllo democratico del Parlamento e del governo civile; che l’esercito non è uno Stato nello Stato, ma uno strumento al servizio della Repubblica e dei suoi valori. In un tempo in cui si torna a investire massicciamente in apparati militari, e in cui questi apparati sono per natura strutture verticali e gerarchiche, questo principio diventa cruciale: qualsiasi rafforzamento della difesa deve preservare il controllo democratico, la trasparenza, la partecipazione. La difesa della democrazia non può avvenire a scapito della democrazia stessa.

Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero

Se l’articolo 52 fosse vissuto pienamente, nel suo legame con l’articolo 11, la difesa della Patria sarebbe intesa nel suo senso più alto: la capacità di proteggere la comunità e la sua libertà, ma sempre orientata alla pace e mai all’aggressione. Le scelte sulla difesa, che oggi rischiano di essere decise nelle stanze dei governi con poco dibattito pubblico, sarebbero discusse democraticamente, con la partecipazione informata dei cittadini, perché riguardano tutti e impegnano il futuro di tutti.

Le Forze armate sarebbero rafforzate dove serve davvero, in una logica moderna: la cybersicurezza, di fronte agli attacchi informatici che crescono in modo esponenziale, la tecnologia, il coordinamento europeo che evita inutili duplicazioni tra ventisette eserciti nazionali. Perché la vera autonomia difensiva dell’Europa non si costruisce moltiplicando eserciti nazionali che si sovrappongono, ma coordinando le capacità su scala continentale, come si comincia timidamente a discutere.

E soprattutto, si capirebbe che la difesa più profonda di una comunità è anche sociale. Un Paese che dà ai suoi giovani un futuro, un lavoro, una dignità, è un Paese che quei giovani sentiranno di voler difendere. Un Paese che li abbandona alla precarietà e li costringe a emigrare non può poi chiedere loro di essere pronti al sacrificio. La difesa della Patria comincia dalla cura della Patria, dalla giustizia sociale, dalle opportunità offerte a chi la abita.

Un’applicazione vissuta

Il tema dell’articolo 52 tocca alcune delle riflessioni al centro della mia visione net.futurista. La difesa, nel mondo di oggi, è sempre meno fatta di masse di uomini in armi e sempre più di tecnologia: cybersicurezza, spazio, droni, intelligenza artificiale, protezione delle infrastrutture critiche. È un terreno su cui l’Italia e l’Europa devono investire competenze, non solo mezzi, e su cui il Mezzogiorno può avere un ruolo: penso alle vocazioni aerospaziali del territorio, alle competenze tecnologiche che si possono formare, a un’idea di difesa che sia soprattutto capacità, conoscenza, innovazione.

C’è poi la dimensione europea, che è al cuore della mia visione. Credo che la sicurezza, come tanti altri temi, non sia più affrontabile su scala puramente nazionale. Ventisette eserciti nazionali che si sovrappongono e si duplicano sono inefficienti e costosi. La strada di una difesa coordinata su scala europea, sotto un solido controllo democratico, è più coerente con lo spirito del nostro tempo e con l’idea di una sovranità che oggi può essere solo europea. E si lega all’idea, discussa da più parti, di un servizio, militare e civile, che sia anche esperienza di cittadinanza europea.

E c’è la convinzione più profonda, quella che dà senso a tutto il resto. La difesa più vera del mio territorio non è fatta di armi: è fatta di futuro. Un Salento che si spopola, che vede i suoi giovani emigrare, che perde vita e speranza, è un territorio indifeso nel senso più profondo. Difendere il Salento, difendere il Sud, difendere l’Italia significa prima di tutto dare a chi ci vive ragioni per restare, per costruire, per credere. La difesa della Patria, per me, comincia da qui: dal dare vita e futuro alle comunità, perché una comunità viva e giusta è la difesa più solida che esista.

La stella polare di Salento Dinamico

Nuto Revelli, che la guerra l’aveva conosciuta nel modo più tragico, sul fronte russo, aveva imparato una verità semplice e profonda: la Patria non sono i confini o le bandiere, sono le persone. Difendere la Patria significa difendere loro, la loro dignità, il loro diritto a vivere in pace.

Salento Dinamico raccoglie questa visione: la difesa più autentica di un territorio è la cura delle persone che lo abitano, la costruzione di un futuro che meriti di essere difeso. In un tempo in cui si torna a parlare di armi e di eserciti, è importante ricordare che la sicurezza vera di una comunità nasce dalla sua vitalità, dalla sua giustizia, dalla sua speranza. Un popolo che ha un futuro è un popolo che sa difendersi; un popolo abbandonato è già sconfitto, anche senza guerra.

L’articolo 52 ci ricorda che difendere la Patria è un dovere sacro, ma che la Patria da difendere è fatta di persone, di libertà, di dignità, e che questa difesa va sempre orientata alla pace, mai all’aggressione, come vuole l’articolo 11. E ci ricorda che le armi, quando servono, devono restare sotto il controllo della democrazia, informate al suo spirito. La difesa più profonda, però, resta quella che si costruisce ogni giorno: dando alle comunità vita, lavoro, futuro. Perché, come sapeva Revelli, la Patria sono le persone. E difendere le persone, la loro dignità e il loro diritto alla pace, è il modo più alto di difendere la Patria.


Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; Costituzione della Repubblica Italiana, artt. 11 e 52; legge 23 agosto 2004, n. 226 (legge Martino), sospensione della leva obbligatoria dal 1° gennaio 2005; legge n. 772/1972 sull’obiezione di coscienza e successiva disciplina del servizio civile; dichiarazioni del Ministro della Difesa sul disegno di legge per la riserva volontaria e la “leva selezionata”, 2025-2026; dati sui modelli europei di servizio militare (Germania, Francia, Croazia, Polonia), 2025-2026; Eurispes, Rapporto Italia 2026, dati sull’opinione pubblica riguardo a spese militari e leva; sondaggio YouTrend/Sky TG24 sui giovani e la leva obbligatoria; riflessioni dello storico Marco Mondini sul rapporto tra cittadinanza e difesa; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.

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