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La Costituzione tutela il risparmio come un bene sacro: ma in un’Italia che mette da parte sempre meno e si indebita per arrivare a fine mese, cosa resta di quella promessa?

da 30 Giugno 2026Cultura, La Costituzione come Stella Polare0 commenti

Il quarantasettesimo articolo della Costituzione, la tutela del risparmio e il controllo del credito, e il paradosso di un popolo storicamente risparmiatore che oggi fatica a mettere da parte e prende prestiti per vivere

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«Il risparmio è la vittoria dell’uomo previdente su quello improvvido. È la rinuncia di oggi che diventa libertà di domani: per la famiglia che lo accumula con sacrificio, e per il Paese che su quel sacrificio costruisce il proprio futuro.»
— Luigi Einaudi, economista e primo Presidente eletto della Repubblica


L’articolo che chiude i rapporti economici

Con l’articolo 47 la Costituzione conclude la parte dedicata ai rapporti economici, e lo fa affrontando un tema che ha radici profonde nella cultura italiana: il risparmio. In un Paese che è stato storicamente uno dei più risparmiatori del mondo, dove mettere da parte era una virtù trasmessa di generazione in generazione, la Costituzione eleva il risparmio a bene da tutelare e il credito a funzione da controllare.

«La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.

Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.»

Due commi. Il primo afferma due principi: la Repubblica tutela il risparmio e controlla il credito. Il secondo indica una direzione precisa: il risparmio popolare deve poter accedere alla casa, alla terra da coltivare e all’investimento nelle grandi imprese del Paese. È un articolo che lega il risparmio dei piccoli al destino economico della nazione.

Il primo comma: perché tutelare il risparmio e controllare il credito

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”: i costituenti scrissero questo principio con la memoria viva di cosa significa perdere i risparmi. Avevano visto l’inflazione di guerra e del dopoguerra divorare i risparmi delle famiglie, avevano visto crisi bancarie travolgere i depositi dei cittadini. Sapevano che il risparmio è il frutto del lavoro e del sacrificio, e che proteggerlo significa proteggere la sicurezza e la dignità delle persone.

Tutelare il risparmio significa molte cose concrete: garantire la solidità delle banche, vigilare perché chi raccoglie il denaro dei risparmiatori lo gestisca con prudenza, proteggere i depositi, difendere il potere d’acquisto contro l’inflazione. È il fondamento costituzionale del sistema di vigilanza bancaria, del ruolo della Banca d’Italia, delle tutele sui depositi.

“Disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”: il secondo principio riguarda il credito, cioè il prestito di denaro. Il credito è una funzione delicatissima, perché chi controlla il credito controlla l’economia: decide chi può investire e chi no, quali imprese crescono e quali muoiono, quali famiglie possono comprare casa e quali restano escluse. Per questo la Costituzione stabilisce che il credito non è una merce qualsiasi, ma una funzione di interesse pubblico, da disciplinare e controllare nell’interesse generale.

Il secondo comma: il risparmio popolare verso la casa, la terra, l’impresa

Il secondo comma dell’articolo 47 è di una concretezza sorprendente, e tradisce la visione sociale dei costituenti. Il risparmio popolare, quello dei lavoratori e delle famiglie comuni, deve poter accedere a tre cose precise: la proprietà dell’abitazione, la proprietà diretta coltivatrice, l’investimento azionario nelle grandi imprese.

Non è un dettaglio: è un programma di democrazia economica. I costituenti volevano che il risparmio dei piccoli non restasse fermo o finisse solo ad alimentare la ricchezza di pochi, ma diventasse strumento di emancipazione: la casa di proprietà, la terra da coltivare, una quota delle grandi imprese. Volevano un popolo di risparmiatori che fossero anche proprietari, coltivatori, piccoli azionisti. È il filo che lega l’articolo 47 all’articolo 42 sulla casa, all’articolo 44 sulla terra, all’articolo 46 sulla partecipazione: il risparmio come via di accesso alla proprietà e alla partecipazione economica.

Il paradosso italiano: un popolo di risparmiatori che risparmia sempre meno

Qui i dati raccontano una trasformazione profonda e preoccupante. L’Italia è stata per decenni il Paese dei risparmiatori, ma quella capacità si sta erodendo. Il tasso di risparmio delle famiglie è crollato dal circa 30 per cento del reddito degli anni Ottanta a circa il 10 per cento di oggi. Solo il 37 per cento delle famiglie riesce ancora a mettere da parte qualcosa. Le cause sono molteplici: la stagnazione dei redditi reali, soprattutto per le nuove generazioni, la crescita dei prezzi, l’invecchiamento della popolazione, la crescita asfittica dell’economia.

C’è un dato che fotografa il cambiamento meglio di ogni altro. Secondo una ricerca presentata per i 175 anni della Cassa Depositi e Prestiti, dal 1980 al 2024 la quota del risparmio nazionale rappresentata dalle famiglie è scesa da quasi il 100 per cento al 25 per cento, mentre quella delle imprese è salita al 75 per cento. Il baricentro del risparmio si è spostato dalle famiglie alle imprese: un ribaltamento storico che cambia il volto del Paese descritto dall’articolo 47.

Eppure la ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie italiane resta enorme: ha raggiunto i 6.030 miliardi di euro nel 2025. Ma c’è un problema: una parte enorme di questa ricchezza, circa 1.131 miliardi, resta parcheggiata su conti correnti e depositi a basso rendimento, dove viene silenziosamente erosa ogni anno dall’inflazione. È un risparmio che esiste ma non lavora, che non diventa investimento produttivo, che non realizza quella funzione che il secondo comma dell’articolo 47 gli assegna: alimentare la casa, la terra, l’impresa.

L’altra faccia: l’indebitamento per arrivare a fine mese

Se il risparmio cala, cresce il suo opposto: l’indebitamento. Nel 2025 i prestiti alle famiglie italiane hanno superato i 604 miliardi di euro, con una crescita che dura da quattordici mesi consecutivi. Ma questo dato va letto con attenzione: una parte crescente di questo indebitamento non serve a investire, ma a coprire le spese quotidiane. Famiglie che non arrivano a fine mese e ricorrono al credito per comprare beni di prima necessità.

E il credito ha un costo che per le forme più accessibili diventa pesantissimo. Il credito al consumo revolving, quello delle carte rateali, raggiunge il 16 per cento. Gli scoperti di conto superano il 15 per cento. La cessione del quinto dello stipendio o della pensione arriva quasi al 14 per cento. Sono proprio le forme di credito più facili da ottenere, quelle a cui ricorre chi è in difficoltà, a essere le più care. Un paradosso crudele: chi ha meno paga di più. Mentre i mutui, garantiti dall’immobile, restano intorno al 4 per cento, e chi può accedere a quelle forme più strutturate paga molto meno.

Le imprese e il credito negato: la questione meridionale

C’è poi il nodo dell’accesso al credito per le imprese, che tocca da vicino il Mezzogiorno. Nel 2025 le imprese italiane hanno aumentato le richieste di finanziamento, segno di una voglia di investire e crescere. Ma ottenere credito è tutt’altro che facile, soprattutto per le piccole e medie imprese che non dispongono di grandi garanzie patrimoniali. Le banche, pur erogando di più nel complesso, hanno alzato le barriere di ingresso e selezionano con maggiore severità.

Questo colpisce in modo particolare il Sud, dove il tessuto produttivo è fatto in larga parte di piccole imprese, dove le garanzie patrimoniali sono mediamente inferiori, dove l’accesso al credito è storicamente più difficile e più caro. È una forma di diseguaglianza territoriale che si aggiunge a tutte le altre: un’impresa del Sud, a parità di merito, fatica più di una del Nord a ottenere il credito per crescere. E senza credito non c’è investimento, senza investimento non c’è crescita, senza crescita non c’è lavoro. L’articolo 47, che vuole il credito controllato e indirizzato nell’interesse generale, parla esattamente di questo.

Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero

Se l’articolo 47 fosse pienamente applicato, il risparmio sarebbe non solo tutelato ma valorizzato: si promuoverebbe l’educazione finanziaria perché i cittadini sappiano gestire e far fruttare i propri risparmi, si offrirebbero strumenti sicuri e accessibili per trasformare la liquidità ferma in investimento produttivo, si proteggerebbe il potere d’acquisto dei risparmi contro l’inflazione.

Il risparmio popolare sarebbe effettivamente indirizzato verso la casa, la terra e l’impresa, come il secondo comma prescrive: politiche per l’accesso alla prima casa, sostegno a chi vuole coltivare la terra, strumenti che permettano ai piccoli risparmiatori di investire nelle imprese del proprio territorio, raccogliendo i frutti della crescita che contribuiscono a finanziare.

E il credito sarebbe davvero una funzione di interesse pubblico: accessibile a chi ha merito e progetti validi anche senza grandi garanzie, equo nei costi, attento a non strozzare chi è già in difficoltà con tassi da usura legale, capace di raggiungere le piccole imprese e i territori che il mercato tende a escludere. Il Mezzogiorno non sarebbe penalizzato nell’accesso al credito, e il risparmio degli italiani tornerebbe a finanziare lo sviluppo del Paese invece di restare fermo o di emigrare verso investimenti esteri.

Un’applicazione vissuta

Il tema dell’accesso al credito e della valorizzazione del risparmio tocca da vicino chi, come me, fa impresa nel Sud e conosce la fatica di costruire qualcosa in un territorio dove il capitale è scarso e diffidente. So cosa significa avere un progetto valido e dover dimostrare dieci volte più di altri per ottenere fiducia e risorse. È una delle ragioni profonde per cui ho scelto la strada dell’innovazione digitale: perché permette di costruire valore con investimenti iniziali più contenuti, aggirando in parte quella barriera del capitale che nel Mezzogiorno è più alta che altrove.

C’è un nesso preciso tra l’articolo 47 e la filosofia delle piattaforme del Trovido Network. JobFlow, la piattaforma dedicata al lavoro, nasce dall’idea di mettere in connessione domanda e offerta, opportunità e competenze, in un territorio dove l’incontro tra chi cerca e chi offre è spesso difficile. È un modo di applicare al lavoro lo stesso principio che l’articolo 47 applica al risparmio: fare in modo che una risorsa preziosa (lì il denaro, qui le competenze) non resti ferma e inutilizzata, ma trovi la sua strada verso la produzione di valore.

E c’è la dimensione dell’educazione e dell’informazione. Una delle ragioni per cui tanto risparmio resta fermo su conti improduttivi è la scarsa cultura finanziaria, la diffidenza, la mancanza di strumenti e informazioni accessibili. Raccontare, informare, dare strumenti di comprensione è parte della missione di InOnda Network: un cittadino più informato è un cittadino più capace di far fruttare i propri risparmi e di accedere al credito in modo consapevole, senza cadere nelle trappole del credito facile e carissimo.

La stella polare di Salento Dinamico

Luigi Einaudi, economista e primo Presidente eletto della Repubblica, vedeva nel risparmio la vittoria della previdenza sull’improvvidenza: la rinuncia di oggi che diventa libertà di domani. Ma quella libertà, per realizzarsi, ha bisogno che il risparmio sia tutelato, valorizzato e indirizzato verso il bene comune, e che il credito sia accessibile a chi ha merito e progetti, non solo a chi ha già garanzie.

Salento Dinamico include nella propria visione questa attenzione al capitale e al credito come leve dello sviluppo territoriale. Un territorio cresce se il risparmio che produce resta sul territorio e lo finanzia, se le piccole imprese possono accedere al credito per investire, se i giovani possono ottenere risorse per le proprie idee senza dover emigrare per trovarle altrove. Le comunità energetiche, le cooperative, le piattaforme digitali, il microcredito, gli strumenti di finanza territoriale sono tutte forme di quella democrazia economica che l’articolo 47 immagina: il risparmio dei molti che diventa sviluppo per tutti.

Con l’articolo 47 si chiude la parte della Costituzione dedicata ai rapporti economici. Da qui in avanti la Carta si occuperà dei rapporti politici, a partire dal diritto di voto. Ma resta, come eredità di questa sezione, una verità che attraversa tutti gli articoli economici: l’economia non è fine a se stessa, è strumento per la dignità e la libertà delle persone. Il risparmio, il credito, il lavoro, l’impresa, la proprietà esistono per servire l’uomo, non per asservirlo. È la bussola che Salento Dinamico raccoglie e prova a seguire, ogni giorno, in un angolo di Sud che vuole costruire il proprio futuro.


Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani), dati sulla ricchezza finanziaria delle famiglie italiane (6.030 miliardi di euro) e sulla liquidità ferma sui conti, giugno 2025; ABI, dati sui prestiti alle famiglie (oltre 604 miliardi nel 2025); Banca d’Italia e Trading Economics, tasso di risparmio delle famiglie 2025; “Famiglie e risparmio. Come cambiano le scelte finanziarie degli italiani”, a cura dei ricercatori del CEPR coordinati da Luigi Guiso, presentato per i 175 anni di Cassa Depositi e Prestiti, novembre 2025; Centro studi Unimpresa, rilevazione sui tassi del credito al consumo e alle imprese, 2026; dati CRIF sulle richieste di finanziamento delle imprese 2025; Luigi Einaudi, scritti di politica economica e sociale; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 47; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.

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