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Mentre la Lega chiede di tagliare le accise, la camorra ha già “alleggerito” la benzina di 113 milioni di euro. Chi paga davvero il caro benzina degli italiani?

da 19 Maggio 2026Economia0 commenti

Tra il 2018 e il 2021 una sola rete societaria ha immesso sul mercato italiano oltre 600 milioni di litri di carburante senza pagare un euro di IVA. La frode è stata documentata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere e dalla Guardia di Finanza di Caserta. L’ombra del clan dei Casalesi. Le pompe sigillate alle porte di Roma. E un sistema che, nel mezzo della peggiore crisi energetica dal 1973, fa concorrenza sleale ai distributori onesti e distrugge il mercato.

di Francesco Giannetta — Maggio 2026


“La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine.” — Giovanni Falcone


Il “re della benzina” di Marcianise: 600 milioni di litri, 113 milioni di IVA evasa

Si chiama Vincenzo Salzillo, ha sessantasei anni ed è originario di Marcianise, in provincia di Caserta. Nel mondo della distribuzione carburanti italiana lo conoscono come il “re delle pompe bianche”, o più semplicemente come il “re della benzina”. È il patron della Penta Petroli S.r.l., società con sede legale a Milano e operativa a Marcianise, titolare della rete di distributori a marchio Ewa e Synergy: circa trecento stazioni di servizio sparse in tutta Italia, dalla Campania al Lazio, dalla Lombardia alla Toscana, riconoscibili per anni dai prezzi straordinariamente competitivi, fuori dalle normali logiche di mercato.

L’inchiesta condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Caserta — guidato dal tenente colonnello Carlo Cardillo, sotto la direzione della Procura di Santa Maria Capua Vetere guidata dal procuratore Pierpaolo Bruni — ha ricostruito un meccanismo di evasione fiscale di proporzioni difficilmente immaginabili per chi pensa che il mercato dei carburanti sia un settore “regolamentato come tutti gli altri”. Tra il 2018 e il 2021 — quattro anni — la rete societaria collegata alla Penta Petroli avrebbe immesso sul mercato italiano oltre 600 milioni di litri di benzina e gasolio senza versare un euro di IVA. L’evasione fiscale complessiva è stata calcolata in 112.965.407 euro. Cento-tredici milioni di euro che, in un Paese che non riesce a finanziare adeguatamente la sanità pubblica, i servizi territoriali di salute mentale, le infrastrutture del Sud, sono finiti nei conti privati di una rete di società. Il sequestro, confermato in via definitiva dalla Cassazione nel dicembre 2025, ha colpito le quote societarie di Penta Petroli e di altre società coinvolte: la Carburena e la Pagi Carburante (sedi a Napoli), la Califano Service e la Vito Service (sedi nel salernitano). Nell’aprile 2024 la Prefettura di Milano ha emesso una prima interdittiva antimafia. La Prefettura di Caserta l’ha successivamente confermata. Nel settembre 2025 i distributori Ewa e Synergy sono stati ufficialmente chiusi per “infiltrazioni mafiose”. Oggi, alle porte di Roma — ad Anzio — le pompe sono nastrate, con cartelli affissi sulle colonnine. Un impero smantellato.

Come funziona la “frode carosello”: il meccanismo che inquina il mercato

Il sistema individuato dalla Guardia di Finanza si chiama in gergo tecnico “frode carosello”, ed è il metodo classico con cui — nei settori a forte intensità di IVA, come quello dei carburanti — la criminalità organizzata e la frode fiscale s’innestano sul mercato legale. Funziona così. Il carburante, quando viene acquistato dai grandi hub internazionali (i depositi fiscali da cui parte tutto il petrolio raffinato in Europa), può essere esentato dal pagamento immediato dell’IVA se l’acquirente dichiara di essere un “esportatore abituale” — cioè un’azienda che, per la natura delle proprie operazioni internazionali, ha diritto di non versare l’imposta nel momento dell’acquisto. È una norma fiscale corretta, pensata per non penalizzare il commercio internazionale.

Il sistema della “frode carosello”, invece, abusa di quel diritto in modo sistematico. Una rete di società “cartiere” — imprese fittizie, intestate a prestanome, prive di reale attività operativa — si dichiarava falsamente “esportatore abituale” e acquistava il carburante dai depositi fiscali senza pagare l’IVA. Quel carburante veniva poi rivenduto, attraverso un labirinto di società filtro pensate appositamente per spezzare la tracciabilità delle operazioni, fino ad arrivare alle pompe della rete Penta Petroli. Lì, finalmente, finiva nei serbatoi degli automobilisti italiani — a prezzi notevolmente inferiori a quelli dei concorrenti, perché un costo importante (l’IVA, ventidue per cento sul prezzo) non era mai stato pagato. Le società cartiere venivano chiuse prima della scadenza delle dichiarazioni fiscali, rendendo impossibile il recupero da parte dell’Erario. Era un sistema industriale, ripetibile, scientifico, di cui si sono perpetuati per anni. È esattamente la stessa logica usata da decenni dalle mafie italiane in altri settori — l’edilizia, lo smaltimento rifiuti, la sanità privata — quando si infiltrano in un comparto economico apparentemente regolamentato e ne distorcono dall’interno le regole.

L’ombra dei Casalesi: una storia che si intreccia con il gruppo Zagaria

C’è un dato, in tutta questa vicenda, che va citato con la dovuta cautela giudiziaria ma che la cronaca ha già ampiamente documentato. L’inchiesta sul gruppo Salzillo si intreccia, dal punto di vista investigativo, con un’altra operazione svolta sempre dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere che ha portato a ventitré arresti diretti al gruppo Zagaria — fazione di spicco del clan dei Casalesi — e al sequestro di beni per quaranta milioni di euro. La Procura di Caserta non sta dicendo, in questa fase, che il “re delle pompe bianche” sia un esponente del clan dei Casalesi: i giudizi su questo punto si formeranno in dibattimento. Ma sta dicendo, e questo è già nei provvedimenti, che le società del gruppo Penta Petroli hanno mostrato “elementi sintomatici” di permeabilità alle infiltrazioni della criminalità organizzata casertana — sufficienti a giustificare l’interdittiva antimafia, prima da Milano nel 2024 e poi da Caserta. La concorrenza sleale dei prezzi stracciati, peraltro, è di per sé un fenomeno che — quando emerge in un settore strategico come quello dei carburanti — non può che destare attenzione: nessuna azienda che paga regolarmente le tasse può competere con chi fa evasione IVA su seicento milioni di litri.

Vale la pena ricordare, per completezza, un’altra circostanza non secondaria. Alcune società appartenenti allo stesso perimetro — in particolare la Synergy — sono state, in un’indagine più recente, accusate anche di caporalato e sfruttamento lavorativo. È stata documentata, nel passato delle pompe Ewa, l’episodica presenza di “carburante allungato con acqua”, anche se nell’inchiesta principale di cui parliamo questo punto non è stato contestato. Sono tessere che, messe insieme, raccontano un modello d’impresa molto preciso: prezzi al pubblico più bassi della concorrenza onesta, sfruttamento dei lavoratori per ridurre il costo del lavoro, esenzione dall’IVA con il meccanismo della frode carosello. Tre vantaggi competitivi simultanei costruiti contro le imprese che rispettano la legge. È esattamente il prototipo di come la criminalità organizzata distrugge la libera concorrenza in un settore economico.

Mentre la Lega chiede tagli alle accise, i clan li hanno già fatti — illegalmente

C’è una coincidenza temporale che merita di essere fissata, perché racconta più di mille analisi politiche quale sia il vero stato del dibattito italiano sul caro benzina. Mentre, in queste ore, il Vicepremier Matteo Salvini sta tornando con insistenza sulla richiesta di tagliare le accise sui carburanti per alleviare l’impatto del caro energia sugli automobilisti italiani — proposta che, secondo Today, “gli stessi alleati di governo frenano”, per ragioni di copertura di bilancio — la Procura di Santa Maria Capua Vetere e la Guardia di Finanza di Caserta hanno appena fatto sapere all’opinione pubblica che, dal 2018 al 2021, lo “sconto” sul prezzo del carburante italiano lo hanno già fatto i Casalesi: 113 milioni di euro, su 600 milioni di litri di benzina e gasolio. È stato uno “sconto” illegale, finito nelle casse dei clan e nei conti correnti degli amministratori. Ma è stato uno sconto reale, percepito ogni giorno dagli automobilisti del Lazio, della Campania, della Lombardia che — incuriositi dai prezzi straordinariamente competitivi — riempivano il serbatoio alle pompe Ewa e Synergy senza chiedersi come fosse possibile che lì costasse meno che altrove.

Questo è il punto editoriale, e politico, che merita di essere detto chiaramente. Il vero “alleggerimento” del prezzo della benzina, oggi in Italia, non lo stanno facendo i governi né le opposizioni: lo stanno facendo i clan, illegalmente, distruggendo il fisco e la concorrenza onesta. Discutere della riduzione delle accise — proposta che ha le sue ragioni di merito, da valutare caso per caso — senza affrontare prima il problema della pulizia del mercato dei carburanti significa dare per scontato il prezzo di partenza come se fosse formato in modo trasparente. Non lo è. È inquinato dalla concorrenza sleale di chi non paga le tasse. E ogni euro di evasione IVA sui carburanti è un euro che non finisce nelle scuole pubbliche del Sud, negli ospedali della Campania, nei trasporti pubblici di Caserta, nelle strade dissestate del Salento.

Il vero alleggerimento per gli automobilisti italiani non passa per il taglio delle accise. Passa per la legalità del mercato. È un punto che la sinistra italiana — quando ha avuto il coraggio di nominarlo — ha sempre saputo difendere; è un punto che il Movimento 5 Stelle, sin dalla sua nascita, ha messo al centro della propria agenda; è un punto che, una volta tanto, dovrebbe trovare convergenze trasversali fra tutti gli schieramenti seri.

Caserta, Napoli, Salerno, Anzio: la geografia di un impero che colonizza

C’è un ultimo aspetto che vale la pena leggere con attenzione, perché racconta come funziona la criminalità organizzata economica italiana del Ventunesimo secolo. Il “re della benzina” è di Marcianise, in provincia di Caserta. Le sue società operative hanno sede legale a Milano e operativa a Marcianise. Le società cartiere coinvolte nell’inchiesta hanno sede a Napoli e a Salerno. Le pompe sequestrate negli ultimi mesi si trovano alle porte di Roma — ad Anzio, in particolare. È una geografia che attraversa la Campania, lambisce Roma, ha base legale in Lombardia, e ramificazioni che probabilmente — in attesa che le indagini si concludano — toccheranno altre regioni del Centro-Nord.

Il messaggio implicito di questa geografia è importante, e merita di essere capito: la camorra economica del XXI secolo non resta più al Sud. Si è radicata, si è strutturata come holding finanziaria, ha sedi legali nei distretti finanziari del Nord, opera nel Centro Italia con la stessa naturalezza con cui un tempo si limitava all’hinterland napoletano. Le pompe di Anzio servivano i cittadini di Roma. Le società cartiere del napoletano dialogavano con depositi fiscali milanesi. È un modello che — coloro che si occupano da anni di criminalità economica lo dicono ormai senza alcun dubbio — riguarda l’Italia intera come Paese, non più solo le sue regioni meridionali “ad alta densità mafiosa”. E che richiede, da parte dello Stato italiano, una capacità di risposta integrata fra Nord e Sud che fino ad oggi è stata troppo spesso inseguita più che programmata.

Salento Dinamico: sicurezza energetica, legalità, mercato sano sono la stessa cosa

Pochi giorni fa, su queste pagine, abbiamo raccontato della marcia popolare di Napoli del 16 maggio — convocata da Don Mimmo Battaglia, da Libera, dalla Regione Campania, dai sindacati — per “liberare la città dalle violenze”. La camorra di cui parlava quella marcia, sabato scorso a Napoli, è esattamente la stessa di cui leggiamo oggi nei provvedimenti della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Cambia il settore economico — un giorno l’edilizia, un altro lo smaltimento rifiuti, oggi i carburanti, domani la grande distribuzione, dopodomani la sanità privata — ma il meccanismo è lo stesso: distorcere il mercato a vantaggio dei clan, distruggere la concorrenza onesta, prosciugare le risorse fiscali che dovrebbero finanziare i servizi pubblici. È un’unica strategia, declinata su settori diversi. Ed è esattamente per questo che — come ho scritto venerdì sera ricordando il caso Impastato e domenica raccontando la marcia di Napoli — la difesa dalla criminalità organizzata non è una questione di “sicurezza” intesa come repressione poliziesca. È una questione di modello di sviluppo del Sud Italia, e dell’Italia intera.

Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, una delle quattro dimensioni costitutive — accanto a innovazione, ambiente, mobilità — era proprio quella della legalità economica: la convinzione che lo sviluppo di un territorio del Sud non si gioca solo sui fondi di coesione disponibili, sui distretti produttivi attivati, sui finanziamenti europei intercettati, ma sulla pulizia del mercato all’interno del quale quei fondi vengono spesi e quegli investimenti vengono realizzati. Un euro di fondo coesione speso onestamente nel Salento produce, in dieci anni, dieci volte il valore di un euro intercettato da un clan. Un euro di evasione IVA sui carburanti casertani, viceversa, sottrae un euro di servizio pubblico al Sud, alla Campania, alla Puglia, all’Italia intera. Sicurezza energetica, legalità del mercato, sviluppo del Sud sono la stessa cosa. E sono il fondamento sul quale, in questi anni di crisi globali sovrapposte, dovremmo costruire — dal basso, dai territori, dalle comunità — l’Italia che vogliamo lasciare ai nostri figli.

Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano, che ha un inizio e avrà una fine. Aveva ragione. Ma quella fine non arriva da sola. La costruiamo, ogni volta che — un’inchiesta dopo l’altra, una pompa di benzina sigillata dopo l’altra, un’amministrazione locale rigenerata dopo l’altra — restituiamo allo Stato di diritto pezzi di territorio che la criminalità aveva occupato. È un lavoro lungo. È il lavoro più importante che, oggi, il Sud Italia può fare per sé stesso e per il Paese intero.


Fonti: Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere — atti pubblici sull’inchiesta Penta Petroli/Salzillo, procuratore Pierpaolo Bruni; Guardia di Finanza, Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Caserta — comunicati sull’operazione condotta dal tenente colonnello Carlo Cardillo; Today.it / Dossier di RomaToday, “Come il ‘re delle pompe bianche’ ha evaso 113 milioni di euro: i sigilli per mafia ai distributori di carburante”, 18-19 maggio 2026; Caserta News, “Camorra e carburanti, chiuso distributore”, dicembre 2025; Gestori Carburanti, “‘Infiltrazioni mafiose’: chiusi i distributori Ewa e Synergy”, settembre 2025; Il Clandestino Giornale (Radio Roma), “Scatta l’interdittiva antimafia per un distributore ad Anzio: la maxi inchiesta”, febbraio 2026; Tusciaweb, “Frode da 112 milioni nel settore carburanti, Vincenzo Salzillo di nuovo al centro di una inchiesta”, aprile 2025; Edizione Caserta, “Frode sull’IVA nel settore dei carburanti, sequestro definitivo per il ‘re della benzina’”, 14 dicembre 2025 — Corte di Cassazione, Terza Sezione Penale, presidente giudice Giuseppe Noviello; Casertakeste.it, “Vincenzo Salzillo, patron della Penta Petroli (EWA) accusato di una truffa fiscale ai danni dello Stato”, marzo 2025; Prefettura di Milano — interdittiva antimafia Penta Petroli, dicembre 2024; Prefettura di Caserta — conferma interdittiva antimafia, 2025; Decreto Legislativo 6 settembre 2011 n. 159 — Codice delle leggi antimafia.


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