Mentre in tutta Europa si litiga da vent’anni su chi possiede le spiagge, la Puglia ha deciso di investire su quelle di tutti. È la strada giusta?
Si chiama “Mare democratico” il programma con cui la Regione Puglia mette 10,35 milioni di euro nel triennio 2026-2028 per rendere le spiagge libere più accessibili, sicure e fruibili da tutti: passerelle fino alla battigia, sedie per il mare per le persone con disabilità, servizi igienici, docce, segnaletica tattile. Mentre il dibattito nazionale ed europeo resta inchiodato da vent’anni sulla direttiva Bolkestein e sulle concessioni ai privati, qui si sceglie un’altra strada: non contro i balneari, ma accanto a loro, riaffermando che il mare, prima di tutto, è un bene di tutti. I Comuni costieri hanno tempo fino al 19 giugno.
di Francesco Giannetta. Giugno 2026
“La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. Più giusto, e non solo più sostenibile.”
Alexander Langer, ambientalista, scrittore e costruttore di ponti tra i popoli (1946-1995)
“Mare democratico”: cosa ha deciso la Regione, e con quali numeri
Cominciamo dai fatti, perché sono concreti e meritano di essere conosciuti, soprattutto dai cittadini dei tanti comuni costieri del Salento e di tutta la Puglia. Lo scorso 14 maggio la Regione Puglia ha presentato un programma chiamato “Mare democratico”, e nelle scorse settimane ne ha attivato i primi due bandi operativi. La dotazione complessiva è di 10,35 milioni di euro nel triennio 2026-2028, di cui 3,4 milioni già stanziati per il 2026. Il programma si rivolge ai 69 Comuni costieri pugliesi, che possono partecipare singolarmente o in forma associata, e ha un obiettivo dichiarato: migliorare l’accessibilità, la fruibilità e la sicurezza delle spiagge libere, quelle non date in concessione, che restano a disposizione gratuita di chiunque voglia andare al mare senza pagare l’ingresso a uno stabilimento.
I due avvisi sono complementari. Il primo, denominato “Spiagge Libere”, mette a disposizione di ciascun Comune fino a 50.000 euro per realizzare o riqualificare le strutture che rendono vivibile una spiaggia pubblica: passerelle e percorsi accessibili fino alla battigia, servizi igienici e spogliatoi, docce, cabine, punti d’ombra, aree attrezzate, sistemi di sicurezza e salvataggio, torrette di avvistamento, segnaletica multilingue e tattile, illuminazione a basso consumo, rampe, corrimano, manutenzione degli accessi e sistemazione della vegetazione dunale. Il secondo avviso, “Spiagge accessibili”, dotato di 200.000 euro con un massimo di 20.000 euro per Comune, è specificamente dedicato a rendere il mare fruibile alle persone con disabilità: le sedie JOB per entrare in acqua, gli ausili, la segnaletica tattile per le persone con disabilità sensoriali, ma anche, ed è una novità di quest’anno, i servizi di assistenza e il personale dedicato. Gli interventi devono rispettare i vincoli paesaggistici, la morfologia della costa, e prevedere soluzioni a ridotto impatto ambientale. Le domande, presentate tramite il portale regionale, si chiudono il 19 giugno: fra sei giorni. È un dettaglio che vale la pena sottolineare, perché ogni Comune costiero del Salento che non abbia ancora presentato la propria proposta è ancora in tempo per farlo.
Il presidente della Regione, presentando il programma, lo ha sintetizzato con una frase che ne cattura bene lo spirito: in Puglia “il mare deve appartenere a tutti, nessuno escluso”, e ogni cittadino “deve poter trovare un luogo curato, sicuro e completamente gratuito” dove fare il bagno. Al di là di chi governa la Regione e delle legittime appartenenze politiche di ciascuno, è un principio su cui vale la pena riflettere, perché tocca una questione molto più grande e molto più antica di un singolo bando estivo.
Il mare è di tutti: un principio prima ancora che una politica
Nel diritto italiano, e prima ancora nel diritto romano da cui il nostro discende, il mare e le sue rive sono ciò che i giuristi chiamano un bene demaniale: appartengono allo Stato, cioè alla collettività, e sono per natura destinati all’uso di tutti. La spiaggia, la battigia, il bagnasciuga non sono, nella nostra tradizione giuridica, proprietà privata: sono beni comuni. Quando lo Stato concede a un privato il diritto di gestire un tratto di spiaggia, attraverso lo strumento della concessione balneare, non gli vende quel tratto di costa: gli affida temporaneamente il diritto di gestirlo, in cambio di un canone e a determinate condizioni, restando quel tratto di proprietà pubblica. È una distinzione che oggi, dopo decenni in cui una parte crescente delle nostre coste è stata data in concessione, rischiamo di dimenticare. Eppure è il cuore della questione: il mare è di tutti, sempre, anche quando una sua porzione è gestita da un privato.
Questo principio ha un fondamento costituzionale preciso. L’articolo 3 della nostra Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Il diritto di accedere al mare, di poter fare il bagno d’estate senza dover necessariamente pagare l’ingresso a uno stabilimento, di portare i propri figli in una spiaggia pulita e sicura anche se non si hanno i mezzi per affittare ombrellone e lettino, è una di quelle forme concrete di uguaglianza sostanziale di cui parla la Costituzione. E lo è ancora di più per chi, a causa di una disabilità, dell’età avanzata, di una condizione di fragilità, dal mare è stato di fatto escluso per decenni, perché nessuno aveva pensato a costruire una passerella che arrivasse fino all’acqua o a procurare una sedia adatta a entrare tra le onde. Un programma che mette al centro proprio queste persone non è semplicemente un’iniziativa turistica: è un atto di giustizia.
La Bolkestein e la “guerra delle concessioni”: un nodo nazionale ed europeo mai sciolto
Per capire perché questa scelta regionale assume un significato particolare, bisogna ricordare il contesto nazionale ed europeo in cui si inserisce, un contesto di cui abbiamo già scritto su queste pagine. Da oltre vent’anni, da quando nel 2006 l’Unione Europea ha approvato la cosiddetta direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi, l’Italia è impegnata in un braccio di ferro infinito sul tema delle concessioni balneari. La direttiva impone che le concessioni di un bene pubblico scarso, come sono i tratti di costa, vengano assegnate tramite gare pubbliche aperte alla concorrenza, e non rinnovate automaticamente e a tempo indeterminato agli stessi gestori, come è avvenuto in Italia per decenni con canoni spesso irrisori rispetto al valore reale delle concessioni. La questione si trascina da governi di ogni colore, fra proroghe, ricorsi, richiami della Commissione Europea, sentenze del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia europea, in un balletto che dura, ormai, da quasi vent’anni, con l’ennesima proroga che sposta i termini al 2027 e oltre.
Come ho già avuto modo di scrivere a proposito della Bolkestein, è una materia complicata, sulla quale è sbagliato cedere sia alla demagogia che attacca indistintamente i balneari, sia alla difesa corporativa che pretende di congelare per sempre lo status quo. I gestori degli stabilimenti, in larghissima parte piccole e medie imprese familiari che hanno investito lavoro e capitali nelle proprie attività, hanno diritto a regole certe e a tempi di transizione ragionevoli, e non possono essere trattati come abusivi da espropriare dall’oggi al domani. Allo stesso tempo, è innegabile che il sistema italiano delle concessioni abbia prodotto storture evidenti: canoni troppo bassi rispetto ai ricavi, una quota di costa concessa ai privati molto elevata, e in alcune regioni vere e proprie rendite di posizione tramandate per generazioni. La verità, come quasi sempre, sta nella ricerca di un equilibrio: regole eque, gare trasparenti, indennizzi giusti per chi ha investito, e soprattutto la garanzia che resti sempre una quota adeguata di spiagge libere a disposizione di tutti. Ed è esattamente qui che il programma pugliese tocca il punto giusto.
Perché mentre il dibattito nazionale resta inchiodato, da vent’anni, sulla domanda “chi gestisce le spiagge in concessione e fino a quando”, la Regione Puglia sposta l’attenzione su una domanda diversa e altrettanto importante: “in che stato sono le spiagge che restano di tutti?”. È una mossa intelligente, perché non entra nel campo minato della guerra delle concessioni, ma agisce sul terreno complementare e troppo spesso trascurato delle spiagge libere, che in molti comuni italiani sono state per anni le parenti povere del litorale: prive di servizi, sporche, malsicure, inaccessibili ai disabili, abbandonate a sé stesse, quasi a suggerire implicitamente che il mare “buono” fosse solo quello a pagamento. Investire perché le spiagge libere siano belle, pulite, sicure e accessibili quanto e più di quelle in concessione significa riaffermare, nei fatti e non solo nei principi, che il mare è e resta un bene di tutti.
Salento Dinamico: il mare come bene comune è una scelta di sviluppo, non solo di equità
Voglio essere chiaro su un punto, perché è il cuore della visione che porto avanti da anni. Investire sulle spiagge libere non è solo una questione di equità sociale, per quanto già questo basterebbe a giustificarlo. È anche, e forse soprattutto, una scelta di sviluppo economico intelligente per un territorio come il nostro. Il Salento, e la Puglia intera, hanno costruito negli ultimi vent’anni una parte importante della propria economia sul turismo balneare. Ma il modello turistico fondato esclusivamente sugli stabilimenti a pagamento, sui prezzi che d’estate diventano proibitivi, sulla privatizzazione di fatto di tratti sempre più ampi di costa, è un modello che rischia di tradire la natura più autentica e più attrattiva del nostro mare. Chi viene in Salento da ogni parte d’Italia e d’Europa, spesso, cerca proprio questo: la spiaggia selvaggia e libera, la caletta accessibile a tutti, l’acqua trasparente che non ha bisogno di un lettino a pagamento per essere goduta. Una costa in cui le spiagge libere sono curate, sicure, accessibili e dignitose non è una costa “meno turistica”: è una costa più ricca, più democratica, più moderna, capace di attrarre un turismo diffuso che porta beneficio a tutto il tessuto economico, non solo ai gestori degli stabilimenti.
Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, l’ambiente e la valorizzazione del territorio costiero erano dimensioni costitutive di quella visione, accanto a innovazione, energia, mobilità, agricoltura, legalità economica, dignità del lavoro, sanità di prossimità. Non per un generico ambientalismo di maniera, ma per la convinzione, concreta e quasi contabile, che il patrimonio naturale del Salento, il suo mare prima di tutto, sia il più grande asset economico che possediamo, e che vada gestito come si gestisce un capitale prezioso: con cura, con visione di lungo periodo, garantendo che i suoi frutti siano accessibili a tutti e non solo a pochi. Una passerella che permette a un bambino con disabilità di entrare in acqua a Torre dell’Orso, a Porto Cesareo, a Gallipoli, a Otranto, non è soltanto un atto di civiltà: è la dimostrazione concreta che un territorio sa prendersi cura di tutti i propri cittadini, ed è esattamente questo che rende un luogo desiderabile dove vivere, dove tornare, dove investire.
Alexander Langer, l’ambientalista e costruttore di ponti che ho citato in apertura, diceva che la conversione ecologica si afferma solo quando diventa socialmente desiderabile, cioè quando appare non solo più sostenibile, ma più giusta. Il programma “Mare democratico” va esattamente in questa direzione: rende il mare di tutti più accessibile, e nel farlo lo rende anche più bello, più sicuro, più attrattivo. È una di quelle politiche, troppo rare, in cui l’equità sociale e lo sviluppo economico non sono in conflitto, ma si rafforzano a vicenda. Per questo merita di essere conosciuta, sostenuta, e soprattutto realizzata fino in fondo: spetta ora ai 69 Comuni costieri pugliesi cogliere l’occasione, presentare i propri progetti entro il 19 giugno, e poi realizzarli con serietà. Perché un bando, da solo, non ha mai reso bella nessuna spiaggia: lo fanno i progetti concreti, e le amministrazioni che li portano a termine. Il mare, in Puglia, è già di tutti per natura e per diritto. Adesso si tratta di renderlo di tutti anche nei fatti.
Fonti: Regione Puglia, programma “Mare democratico” e Avviso 2026 per l’accessibilità e la fruibilità delle spiagge libere, sezione Demanio marittimo del portale regionale; Regione Puglia, presentazione del programma “Mare democratico” da parte del Presidente e degli Assessori al Turismo, al Paesaggio e Costa e ai Lavori Pubblici, 14 maggio 2026; ANCI Puglia, “Comuni costieri: da Regione Puglia 10 milioni per spiagge libere, accessibili e sicure nel triennio 2026-2028”, 15 maggio 2026; BariToday, “Puglia, dalla Regione fondi ai Comuni per spiagge libere più accessibili: i bandi di Mare democratico”, 15 maggio 2026; BrindisiReport, “Valorizzazione delle spiagge libere: due avvisi per i Comuni costieri”, maggio 2026; Inside Capitanata, “Puglia, oltre 10 milioni per spiagge libere più accessibili”, 15 maggio 2026; Legge Regionale Puglia 3 ottobre 2018 n. 48 e Linee guida approvate con DGR n. 2160/2018; Direttiva 2006/123/CE (cosiddetta direttiva Bolkestein) relativa ai servizi nel mercato interno; Codice della Navigazione e Codice Civile, articoli sul demanio marittimo; Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 3; Alexander Langer, scritti sulla conversione ecologica, raccolti in “Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995”, Sellerio, Palermo.













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