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Abbiamo inventato il personal computer e lo abbiamo perso: vogliamo rifare lo stesso errore con l’intelligenza artificiale?

da 19 Giugno 2026Economia, Europa Strategica, Politica, Scienza0 commenti

Il governo annuncia fondi, fondazioni e la candidatura alla gigafactory, e parla di innovazione al servizio della persona. Ma se non teniamo brevetti, capitali e controllo, di chi sarà davvero questa intelligenza artificiale?

di Francesco Giannetta, giugno 2026


“Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica.” Adriano Olivetti


Quando l’Italia inventò il futuro, e lo lasciò morire

Prima di parlare di intelligenza artificiale conviene ricordare una storia che dovremmo avere tatuata addosso. Nel 1965 un’azienda italiana, la Olivetti di Ivrea, mise sul mercato la Programma 101, considerata il primo personal computer della storia, progettata da Pier Giorgio Perotto e dal suo gruppo. La usò perfino la NASA per calcolare le traiettorie dell’Apollo 11. Era una macchina pensata, parole dei suoi creatori, per stare accanto a una persona seduta a un tavolo: tecnologia a misura d’uomo, l’esatta traduzione di ciò che Adriano Olivetti aveva sempre predicato. Per un momento, l’Italia fu la risposta europea ai colossi americani del calcolo.

Poi quel primato lo abbiamo buttato via. La divisione elettronica fu smembrata e ceduta, gli ingegneri si dispersero, e oggi nessuno associa più l’Italia alla produzione di tecnologia digitale. C’è un dettaglio che fa quasi male: tra le ipotesi per ospitare i laboratori della nuova Fondazione nazionale sull’intelligenza artificiale si sono fatti i nomi degli ex stabilimenti Olivetti a Ivrea, proprio dove l’informatica italiana era nata. Inventiamo, perdiamo, e poi torniamo ad abitare le rovine di quello che avevamo già avuto. La domanda, allora, non è retorica: con l’intelligenza artificiale vogliamo rifare lo stesso film?

La diagnosi giusta non basta

Bisogna dare atto alle istituzioni di aver imboccato, almeno a parole, la strada giusta. Oggi si dice che la sfida non è più solo attrarre o finanziare, ma trasformare la ricerca e l’innovazione in sviluppo industriale, e che l’innovazione deve essere al servizio della persona. È esattamente la diagnosi corretta, ed è la stessa che vado ripetendo da settimane: il problema dell’Europa non è inventare, è possedere e portare a scala ciò che inventa. Vederla riconosciuta è un bene.

Il punto è che la diagnosi giusta non è ancora una cura. Annunciare un miliardo di euro, una fondazione a Torino e una candidatura alla gigafactory europea sono passi, non approdi. Tra il dire che vogliamo essere protagonisti e l’esserlo davvero c’è una distanza fatta di strumenti, e su quegli strumenti si misura la serietà di tutto il resto.

Perché il denaro non diventa proprietà

Guardiamo il miliardo, allora. Il fondo dedicato all’intelligenza artificiale di CDP Venture Capital, il braccio della Cassa Depositi e Prestiti, è la punta di diamante del racconto pubblico. Ma quel veicolo è nato dentro un’intesa con OpenAI, cioè con l’azienda americana che domina il settore. Tradotto: anche lo strumento pubblico con cui dovremmo far crescere le nostre startup poggia, di fatto, sul gigante d’oltreoceano. È il riflesso di un problema più profondo. Il capitale di rischio italiano vale circa lo 0,1 per cento del PIL, contro una media europea dello 0,3 e lo 0,4 della Francia. Non abbiamo abbastanza capitale paziente per far crescere da soli i nostri campioni, e così finiamo per co-investire con chi quel capitale ce l’ha, lasciando che il valore e i brevetti gravitino verso di lui. È il motivo per cui, come ho già scritto, paghiamo la scienza e regaliamo la proprietà.

Gli strumenti che servono davvero

Se la malattia è questa, le medicine non sono i comunicati, sono due cose precise. La prima è un meccanismo europeo per far crescere e trattenere le imprese, e per fortuna esiste già sulla carta: il cosiddetto 28esimo regime, la proposta di una forma societaria unica europea, EU Inc., presentata dalla Commissione a marzo 2026 sulla scia dei rapporti Letta e Draghi. Serve proprio a questo: superare la frammentazione tra ventisette diritti societari, dare accesso ai capitali su scala continentale e fermare la fuga dei nostri campioni verso gli Stati Uniti. Il dato che dovrebbe farci riflettere è impietoso: l’Europa ha più startup finanziate da venture capital di qualsiasi altra regione del mondo, ma una frazione degli unicorni americani. Inventiamo e non scaliamo. Su quella riforma l’Italia dovrebbe spingere con tutto il peso che ha, invece di limitarsi a invocarla.

La seconda medicina è più scomoda, e la dico come mia lettura politica: il denaro pubblico per l’innovazione va dato per merito, non per appartenenza. Finché si finanzia chi è vicino al partito o al politico di turno, distribuendo a pioggia per non scontentare nessuno, le risorse si volatilizzano e i brevetti restano altrove. Olivetti, non a caso, assumeva con la regola delle Terne: un ingegnere, un economista e un umanista, perché il valore lo riconosceva nella competenza, non nella fedeltà. Sarebbe ora di tornare a quel criterio.

“Al servizio della persona”: dallo slogan alla sostanza

E arriviamo alla frase più nobile e più abusata di tutte: l’innovazione al servizio della persona. Olivetti la intendeva alla lettera, fino a costruire una macchina che vivesse accanto all’uomo. Oggi rischia di diventare il fiocco etico che si mette sopra qualunque pacco. Perché una tecnologia è davvero al servizio della persona solo se la persona ne conserva il controllo, e su questo l’Europa è scoperta. Pochi giorni fa il governo degli Stati Uniti ha ordinato di spegnere due modelli di intelligenza artificiale avanzati per tutti i cittadini non americani, e da un’ora all’altra milioni di europei si sono ritrovati senza, senza poter dire nulla. Ecco la prova provata: senza sovranità sull’infrastruttura, sui dati e sull’accesso, “al servizio della persona” resta una carta dei valori mentre l’interruttore lo tiene qualcun altro. L’etica senza la proprietà è un bel discorso, non una garanzia.

Cosa può chiedere la Puglia

In questo scenario la Puglia ha più da offrire di quanto creda. Ha università e centri del CNR che lavorano su fisica, fotonica, nuovi materiali e applicazioni digitali, e ha un capitale umano giovane che troppo spesso forma e poi regala ad altri territori. Quello che la Regione può fare, nei limiti delle sue competenze, è porre una condizione politica a ogni investimento sull’intelligenza artificiale che guarda al suo territorio: formazione di competenze locali, quota di proprietà intellettuale che resta qui, e soprattutto la garanzia che i dati dei cittadini pugliesi restino sotto controllo pubblico e democratico, non risucchiati in infrastrutture governate altrove. Può candidare i suoi talenti nelle reti nazionali ed europee sull’IA da socio che pretende di tenerseli, non da serbatoio che li cede. I vincoli che oggi rendono tutto più difficile, dal capitale di rischio scarso alla frammentazione delle regole decise a Roma e a Bruxelles, non nascono in Puglia: nascono più in alto, ed è lì che vanno reclamate le scelte coraggiose che mancano.

Un’applicazione vissuta

So cosa significa scegliere la tecnologia al servizio della persona, perché è la logica con cui ho costruito Salento Dinamico più di vent’anni fa e con cui mando avanti InOnda Network, la web tv e le piattaforme del progetto Trovido. Sono strumenti miei, su domini miei, pensati per stare al servizio di chi li usa e non per trasformare le persone in materia prima da rivendere. È la strada più faticosa, e non ho un miliardo di CDP alle spalle. Ma è la differenza tra possedere la propria infrastruttura e abitare in affitto quella di un gigante che un giorno può cambiare le regole. Quando dico che l’Europa deve tenersi i brevetti e mettere la persona al centro, descrivo, su scala più grande, la stessa scommessa che provo a portare avanti ogni giorno sul mio pezzo di Salento.

La domanda che resta

La Programma 101 ci ha insegnato che inventare non basta, se poi non si possiede e non si scala. Dal Salento all’Europa il principio è uno solo: protagonista non lo si diventa annunciandolo, lo si diventa tenendosi i brevetti, i capitali, i dati e il controllo, e mettendo davvero, non a parole, la persona al centro. Salento Dinamico nasce per dire che un territorio può essere soggetto delle proprie scelte e non oggetto delle scelte altrui. È la stessa cosa che chiedo per l’Italia e per l’Europa di fronte all’intelligenza artificiale. Olivetti pensava la fabbrica per l’uomo. Sta a noi decidere se l’intelligenza artificiale la vogliamo per le persone, o le persone per l’intelligenza artificiale di qualcun altro.


Fonti: Commissione europea (AI Act, Strategia europea sull’IA, iniziativa InvestAI sulle gigafactory, proposta EU Inc. sul 28esimo regime); CDP Venture Capital e cronache economiche (Il Sole 24 Ore, Fortune Italia) sul fondo per l’IA e l’intesa con OpenAI; Fondazione AI4Industry (MEF, Regione Piemonte); rapporto Draghi sulla competitività europea; cronache su Olivetti e Programma 101 (Edizioni di Comunità, Inexhibit); comunicato di Anthropic e cronache internazionali sulla sospensione dei modelli Fable 5 e Mythos 5.

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