Ieri gli Stati Uniti hanno escluso tutti i non americani dall’intelligenza artificiale più avanzata del mondo. L’Europa ha scoperto di non avere un piano B
Una direttiva di Washington ha sospeso in poche ore l’accesso ai modelli di IA di punta per ogni cittadino straniero. È la prova plastica di una verità che evitiamo da troppo tempo: l’Europa sa scrivere le regole della tecnologia, ma non la possiede. E mentre trovava in fretta i miliardi per il riarmo, ha rinviato la propria sovranità digitale
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«La via da percorrere non è facile né sicura. Ma deve essere percorsa.»
Altiero Spinelli, Manifesto di Ventotene, 1941
Quello che è successo ieri
Ieri, 12 giugno 2026, è accaduto qualcosa che dovrebbe entrare nei manuali di geopolitica e che invece rischia di passare quasi inosservato. Il governo degli Stati Uniti, citando i propri poteri in materia di controllo delle esportazioni e ragioni di sicurezza nazionale, ha emesso una direttiva che sospende l’accesso ai due modelli di intelligenza artificiale più avanzati di una delle principali aziende americane del settore, Anthropic, per qualsiasi cittadino non statunitense, dentro e fuori dagli Stati Uniti, inclusi i dipendenti stranieri dell’azienda stessa.
L’effetto pratico è stato immediato: l’azienda ha dovuto disattivare quei modelli per tutti i suoi clienti nel mondo per conformarsi all’ordine. L’azienda ha dichiarato di essere in disaccordo, di ritenere che si tratti di un malinteso e di stare lavorando per ripristinare l’accesso. Gli altri modelli, meno avanzati, restano disponibili. Ma il punto, per noi europei, non cambia di una virgola: l’accesso alla tecnologia più potente del momento è stato sospeso per chiunque non sia americano, in poche ore, per decisione di un governo straniero. Non per una nostra scelta. Non per un nostro errore. Per una decisione presa a Washington, nel suo legittimo interesse nazionale.
Non importa qui chi abbia ragione nella disputa tra l’azienda e il suo governo. Importa una cosa sola, e riguarda noi: abbiamo appena ricevuto la dimostrazione, in tempo reale, di quanto la nostra vita tecnologica dipenda da decisioni che non prendiamo e non controlliamo.
La tesi scomoda: regoliamo ciò che non possediamo
C’è una frase, pronunciata di recente da Cristina Caffarra, una delle economiste europee più autorevoli nel campo dell’antitrust tecnologico, che riassume meglio di qualsiasi analisi la condizione in cui ci troviamo. Per una generazione, ha detto, in Europa abbiamo regolato ciò che non possediamo. L’energia spesa su norme come il GDPR, il Digital Markets Act e l’AI Act, ha aggiunto, è partita dalla convinzione errata che regolamentare i giganti stranieri potesse, da sola, generare un’industria europea. La Gazzetta del Mezzogiorno
È un giudizio severo, e in parte ingiusto, perché quelle norme hanno un valore reale e questa rubrica le ha difese. Ma coglie un nodo che non possiamo più aggirare. L’Europa è diventata bravissima a scrivere le regole del gioco digitale. Non è diventata capace di avere in mano le carte. E quando il banco decide di cambiare le regole, o di escludere un giocatore, le nostre regole non ci proteggono affatto.
Scrivere le regole e possedere la tecnologia sono due cose diverse. La prima dà influenza normativa. La seconda dà potere reale. E ieri abbiamo visto, plasticamente, chi ha il potere reale.
La mappa della nostra dipendenza
Vale la pena guardare i numeri, perché solo i numeri restituiscono la dimensione del problema. E sono numeri che, messi in fila, fanno impressione.
Nel cloud, le tre grandi aziende americane, Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, controllano circa il 69 per cento del mercato europeo. Il più grande operatore continentale, la tedesca Deutsche Telekom, si ferma al 2 per cento. Le infrastrutture che ospitano i dati delle nostre pubbliche amministrazioni, delle nostre banche, dei nostri ospedali sono in larga parte gestite da quei tre soggetti.
Sull’intelligenza artificiale generativa, nel 2023 gli investimenti privati europei sono stati pari a 2,4 miliardi di dollari, contro i 22,4 miliardi degli Stati Uniti. Quasi dieci volte tanto. Sui semiconduttori, l’Unione consuma circa il 20 per cento della produzione mondiale ma ne fabbrica meno del 10 per cento, e i chip più avanzati sono progettati negli Stati Uniti e prodotti in Asia. L’Europa importa il 57 per cento delle proprie attrezzature informatiche e oltre la metà dell’hardware necessario ai propri data center da cinque Paesi asiatici.
Persino il software con cui lavorano i nostri uffici pubblici, Microsoft 365 e Google Workspace, supera in molti Paesi il 70 per cento di quota. I sistemi operativi dei nostri computer e telefoni sono Windows, macOS, Android, iOS. In Italia, dei circa 25 miliardi di euro di investimenti nei data center previsti nei prossimi anni, circa il 45 per cento è riconducibile ai tre giganti americani. Costruiamo i data center sul nostro territorio, ma la loro governance resta estera.
Questa rubrica ha raccontato pezzo per pezzo i singoli fronti di questa dipendenza: i microchip e il Chips Act, i cavi sottomarini, il calcolo quantistico, la cybersicurezza, l’euro digitale, l’AI Act. Oggi quei pezzi si compongono in un’unica immagine. Non è una serie di problemi separati. È un’unica, sistemica condizione di dipendenza tecnologica. Qualcuno l’ha definita, senza mezzi termini, una condizione da colonia digitale.
La domanda sulle risorse che non possiamo evitare
E qui arriva la parte più scomoda, quella che richiede onestà intellettuale e coraggio politico insieme.
In questi anni l’Europa ha dimostrato di saper trovare, quando lo ritiene una priorità, sia la volontà politica sia le risorse finanziarie. Lo ha fatto per il riarmo: il piano europeo per la difesa, di cui questa rubrica ha scritto, ha mobilitato la prospettiva di centinaia di miliardi di euro e ha prodotto un’unità politica che raramente si vede su altri dossier. Di fronte alla minaccia militare, l’Europa ha reagito con rapidità e determinazione.
La stessa rapidità, la stessa determinazione, le stesse risorse non si sono mai viste per costruire la nostra autonomia tecnologica. Il Cloud and AI Development Act, la norma europea che dovrebbe ridurre la dipendenza dalle infrastrutture straniere, è stato rinviato più volte. E secondo le ricostruzioni della stampa europea, uno dei motivi dei rinvii sarebbe stato il timore di irritare Washington proprio mentre Bruxelles negoziava sui dazi commerciali. Ci fermiamo qui un istante, perché il paradosso merita di essere colto: l’Europa ha rinviato gli strumenti della propria sovranità digitale per non disturbare l’alleato da cui quella stessa sovranità dovrebbe emanciparla.
Non si tratta di essere contro la difesa. Sarebbe un errore, e questa rubrica non lo commette. La sicurezza militare è un tema reale e legittimo, e nessuno qui predica un pacifismo ingenuo. Si tratta di porre una domanda più profonda: che cosa è davvero la sicurezza nel XXI secolo? Perché un continente che dipende dalla tecnologia altrui è vulnerabile esattamente quanto uno che dipende militarmente. Anzi, forse di più, perché la dipendenza tecnologica agisce ogni giorno, in silenzio, senza che un solo colpo venga sparato.
Pensiamoci. Non serve un esercito per mettere in ginocchio un Paese che non controlla la propria tecnologia. Basta sospendere l’accesso al cloud su cui girano i suoi servizi pubblici. Basta interrompere la fornitura dei chip che alimentano la sua industria. Basta spegnere, da un giorno all’altro, i modelli di intelligenza artificiale su cui si stanno costruendo interi settori economici. È quello che è successo, in piccola scala e per ragioni specifiche, proprio ieri. È un avvertimento che faremmo bene a non sprecare.
Cosa l’Europa sta provando a fare, e perché non basta ancora
Sarebbe ingiusto dire che non si muove nulla. Qualcosa, finalmente, si muove. La Commissione ha presentato un AI Continent Action Plan e mette tra le priorità del 2026 il Cloud and AI Development Act, un Quantum Act e un European Innovation Act. In Francia, l’azienda Mistral AI sta sviluppando modelli europei competitivi. In Germania, il gruppo proprietario della catena Lidl ha investito 11 miliardi di euro nel proprio cloud regionale, e Deutsche Telekom sviluppa un’infrastruttura per l’intelligenza artificiale industriale.
C’è anche un risveglio della domanda: la spesa europea per il cloud sovrano è prevista in crescita dell’83 per cento nel 2026, e oltre un terzo delle grandi aziende italiane ha avviato strategie di rientro dei dati più sensibili verso fornitori europei. Il mercato del cloud sovrano europeo potrebbe valere 23 miliardi entro il 2027. Sono segnali reali e incoraggianti.
Ma sono ancora frammentari, sottodimensionati e tardivi rispetto alla scala del problema. Dieci volte meno investimenti privati in IA rispetto agli Stati Uniti non si recuperano con qualche iniziativa nazionale scoordinata. Serve ciò che l’Europa ha saputo trovare per la difesa e non ancora per la tecnologia: una strategia comune, risorse adeguate, e la volontà politica di considerare la sovranità tecnologica una priorità di sicurezza nazionale al pari delle altre.
Il Mezzogiorno non è spettatore
C’è un punto che riguarda direttamente la nostra terra, e che troppo spesso viene dimenticato quando si parla di queste cose come se fossero affari di Bruxelles, Parigi o Berlino. La sovranità tecnologica europea non si costruisce solo nelle capitali. Si costruisce ovunque ci siano ricerca, energia, competenze e infrastrutture. E il Sud ne ha.
I data center hanno bisogno di energia, e possibilmente di energia pulita: la Puglia ne produce e ne può produrre. Hanno bisogno di ricerca sui materiali e sull’efficienza: le università pugliesi, come abbiamo raccontato a proposito del brevetto dell’Università del Salento, la fanno. Hanno bisogno di competenze digitali: i nostri giovani le hanno, quando non sono costretti a portarle altrove, come abbiamo visto parlando della fuga dei cervelli. La transizione verso una sovranità tecnologica europea è una straordinaria occasione di sviluppo per il Mezzogiorno, se sapremo presentarci come parte della soluzione e non come periferia da cui partire.
Significa attrarre investimenti in data center governati da regole europee, alimentati da rinnovabili pugliesi. Significa legare la ricerca delle nostre università alla filiera della sovranità digitale. Significa formare e trattenere le competenze, invece di esportarle. La Regione Puglia, nel suo ambito, può candidare il territorio a essere uno dei nodi di questa infrastruttura europea, mettendo insieme energia, ricerca e competenze in una proposta unica.
Salento Dinamico e la libertà di non dipendere
Spinelli scrisse il Manifesto di Ventotene al confino, su cartine di sigarette, in uno dei momenti più bui della storia europea, immaginando un’Europa che non fosse più somma di nazioni in conflitto ma soggetto politico autonomo e libero. La via, scriveva, non è facile né sicura, ma deve essere percorsa. Quella visione, oggi, ha un fronte nuovo che Spinelli non poteva immaginare: la tecnologia. Non c’è sovranità europea senza sovranità tecnologica. Non c’è autonomia politica senza autonomia digitale.
Salento Dinamico parte da una convinzione semplice: la libertà di un territorio, come quella di un continente, si misura sulla capacità di non dipendere. Dipendere da un solo mercato, da una sola fonte di energia, da una sola tecnologia, da un solo alleato, è sempre una forma di fragilità, per quanto comoda possa sembrare finché tutto va bene. Ieri abbiamo avuto la prova, gratuita e tempestiva, di quanto oggi dipendiamo. La domanda, l’unica che conti davvero, è se sapremo trasformare questo avvertimento in una scelta, o se torneremo a fingere che il problema non esista fino al prossimo, e più doloroso, campanello d’allarme.
Fonti: Anthropic, Statement on the US government directive to suspend access to Fable 5 and Mythos 5, 12 giugno 2026; Euronews, 26 maggio 2026 (rapporto Allianz su dipendenza IA, dati import hardware); Agenda Digitale, maggio 2026 (quote cloud, investimenti IA 2,4 vs 22,4 miliardi, semiconduttori, data center 7,4 GW); BitMAT e Osservatorio AI Politecnico di Milano, giugno 2026 (dichiarazione Cristina Caffarra, 80% mercato cloud, 45% investimenti data center Italia); Linkiesta, maggio 2026 (Cloud and AI Development Act e AI Continent Action Plan); Italypost, giugno 2026 (rinvii CADA e timori verso Washington); Tom’s Hardware e Gartner, 2026 (crescita cloud sovrano europeo +83%); Rivista AI, aprile 2026 (Mistral AI, repatriation workload); Manifesto di Ventotene, 1941














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