Trentaquattro anni dopo Capaci, la mafia non spara quasi più. Ma abbiamo davvero capito la lezione di Falcone?
Il 23 maggio 1992, alle 17:58, cinquecento chili di tritolo uccidevano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Oggi, Giornata Nazionale della Legalità, Maria Falcone ricorda: “Non pensiamo di aver vinto”. Perché la mafia che Falcone aveva capito per primo — quella che segue il denaro — è oggi più viva che mai.
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
“Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.” — Paolo Borsellino, magistrato, ucciso dalla mafia in via D’Amelio il 19 luglio 1992, cinquantasette giorni dopo Falcone.
23 maggio 1992, ore 17:58: cosa accadde, e perché non va dimenticato
Erano le diciassette e cinquantotto del 23 maggio 1992 quando, all’altezza dello svincolo di Capaci, sull’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, cinquecento chili di tritolo collocati dentro un cunicolo di drenaggio sotto il manto stradale esplosero al passaggio di tre automobili. Nella prima viaggiavano gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Nella seconda, il giudice Giovanni Falcone, alla guida, e accanto a lui la moglie Francesca Morvillo, anch’essa magistrata. La deflagrazione fu di una violenza tale da aprire una voragine nell’autostrada, registrata persino dai sismografi. Morirono Falcone, Morvillo e i tre agenti della scorta. Era stata Cosa Nostra, su mandato di Salvatore Riina e della cupola mafiosa, a decidere quella strage. Cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio, in via D’Amelio, un’autobomba avrebbe ucciso anche Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.
Il 23 maggio, da allora, non è più una data qualsiasi. È, come ha detto oggi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, una data che “ha segnato la storia della Repubblica”: l’eredità di Falcone e Borsellino, ha aggiunto il Capo dello Stato, è “patrimonio etico della democrazia”. Dal 2002 il 23 maggio è la Giornata Nazionale della Legalità. Non è una commemorazione fra le tante. È il giorno in cui un Paese intero si interroga su quanto, di quel sacrificio, sia diventato davvero coscienza collettiva, e quanto invece rischi di ridursi a rito.
“Il segno della rinascita”: l’Italia che ricorda, 34 anni dopo
Quest’anno la Fondazione Falcone ha scelto come tema delle commemorazioni “Il segno della rinascita”. A Palermo, le iniziative si concentrano attorno al Museo del Presente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ospitato a Palazzo Jung e inaugurato lo scorso anno, dove è allestita una mostra realizzata in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi. Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato che l’automobile su cui viaggiava Falcone il giorno della strage — quella che lui stesso ha definito “una reliquia insanguinata” — sarà trasferita proprio in quel museo, perché diventi memoria visibile e tramandabile. C’è poi la tradizionale “Nave della Legalità”, che ogni anno porta a Palermo migliaia di studenti da tutta Italia, la veleggiata nel golfo, i cortei, i dibattiti, e il minuto di silenzio osservato alle 17:58, l’ora esatta dell’esplosione.
In mezzo a tutto questo, le parole più importanti della giornata le ha pronunciate, come spesso accade, Maria Falcone, sorella del giudice e presidente della Fondazione. “La giornata della legalità”, ha detto incontrando i giornalisti, “deve essere un momento in cui si parla di lotta alla mafia, senza pensare che abbiamo vinto, ma continuando a ricordare.” È una frase semplice, ma contiene un avvertimento preciso, rivolto soprattutto a chi è nato dopo il 1992 e rischia di pensare alla mafia come a un capitolo chiuso della storia italiana, un’epoca di stragi e di tritolo ormai superata. Non è così. E capire perché non è così è il modo più serio di onorare quel sacrificio.
Il vero metodo Falcone: seguire il denaro — e perché è attualissimo
C’è un equivoco che vale la pena sciogliere, perché è la chiave per capire la grandezza di Falcone e la sua attualità. Falcone non è stato un eroe perché ha sfidato la mafia a viso aperto: di magistrati coraggiosi, purtroppo, l’Italia ne ha avuti molti, e molti sono morti. Falcone è stato rivoluzionario per un’altra ragione: ha capito, prima di chiunque altro, che cosa fosse davvero la mafia. Non un fenomeno di violenza e di ordine pubblico, da contrastare con più poliziotti e più arresti, ma un’organizzazione economica — un sistema di accumulazione di capitale, di riciclaggio, di controllo degli appalti e dei mercati. Da questa intuizione nacque il suo metodo, che si riassume in una formula diventata celebre in tutto il mondo: follow the money, segui il denaro. Falcone fu il primo, in Italia, a usare sistematicamente le indagini bancarie e patrimoniali per ricostruire i flussi finanziari di Cosa Nostra, a leggere gli assegni, i conti, le società, le intestazioni fittizie. Fu quel metodo a rendere possibile il Maxiprocesso di Palermo del 1986-87 — istruito dal pool antimafia voluto da Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto — che portò a giudizio 475 imputati e si concluse con 360 condanne, infliggendo a Cosa Nostra il colpo giudiziario più duro della sua storia.
Quella stessa intuizione è alla base degli strumenti che ancora oggi rappresentano l’arma più efficace contro le mafie: la legge Rognoni-La Torre del 1982 — voluta da Pio La Torre, ucciso dalla mafia pochi mesi prima della sua approvazione — che introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa (l’articolo 416-bis) e, soprattutto, la confisca dei beni di provenienza mafiosa. Il sequestro patrimoniale, l’interdittiva antimafia, la confisca, il riutilizzo sociale dei beni sottratti ai clan: tutto questo discende da un’unica idea, l’idea di Falcone, che alla mafia si fa più male togliendole i soldi che mettendone in carcere i picciotti. È la ragione per cui la lezione di Capaci, lungi dall’essere un capitolo chiuso, è oggi più operativa che mai.
La mafia di oggi non spara, si infiltra: dalla camorra dei carburanti agli appalti
Perché Maria Falcone dice che non abbiamo vinto? Perché la mafia ha fatto esattamente ciò che un’organizzazione intelligente fa quando una strategia non funziona più: ha cambiato strategia. Le stragi del 1992-93 furono, paradossalmente, il segno della debolezza di Cosa Nostra, non della sua forza: una reazione disperata e suicida allo Stato che, grazie al metodo Falcone, la stava finalmente colpendo nel patrimonio. Da allora le mafie italiane — Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra, Sacra Corona Unita — hanno in larga parte abbandonato il tritolo e si sono immerse, sempre più in profondità, nell’economia legale. Non sparano più, o quasi. Riciclano. Si infiltrano negli appalti pubblici. Acquisiscono imprese in difficoltà. Frodano il fisco su scala industriale. Si presentano alle gare con prezzi che la concorrenza onesta non può reggere, perché alle loro spalle ci sono capitali illeciti e l’assenza di qualsiasi regola.
Ne abbiamo scritto, su queste pagine, pochi giorni fa: l’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere e della Guardia di Finanza di Caserta sul “re delle pompe bianche”, una rete che in tre anni avrebbe immesso sul mercato seicento milioni di litri di carburante evadendo centotredici milioni di euro di IVA, con l’ombra del clan dei Casalesi e interdittive antimafia da Milano a Caserta. È esattamente il volto della mafia di oggi: non un commando con il kalashnikov, ma una holding con sede legale al Nord, società cartiere, frodi fiscali e prezzi stracciati che distruggono il mercato legale. Per smascherarla, gli inquirenti hanno fatto una cosa sola: hanno seguito il denaro. Hanno applicato, trentaquattro anni dopo, il metodo Falcone. La memoria di Capaci, dunque, non è un fiore deposto su una lapide. È un metodo di lavoro che ogni giorno, in silenzio, smonta pezzi di potere criminale. E che funziona tanto più quanto più la società civile — i cittadini, le imprese oneste, le amministrazioni locali, i giornalisti — lo sostiene e lo alimenta dal basso.
Salento Dinamico: la legalità è il primo investimento sullo sviluppo del Sud
Paolo Borsellino disse che se la gioventù avesse negato il proprio consenso alla mafia, perfino “l’onnipotente e misteriosa mafia” sarebbe svanita “come un incubo”. È la frase che ho scelto per aprire questo articolo, perché contiene la più grande verità e la più grande speranza di tutta la storia dell’antimafia italiana. La mafia non è un destino. Non è il carattere immutabile del Sud, come per troppo tempo una certa cultura ha voluto far credere. È un sistema di potere che vive del consenso, della paura, dell’omertà, della rassegnazione — e che muore quando una comunità sceglie, collettivamente, di negarglieli. Ecco perché la Giornata della Legalità mette al centro, ogni anno, i giovani e le scuole: perché è lì, nella formazione di una coscienza civile diffusa, che si gioca davvero la partita di lungo periodo.
Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, la legalità economica era — l’ho già scritto più volte — una delle dimensioni fondanti di quella visione, accanto a innovazione, energia, ambiente, mobilità e agricoltura. Non per una ragione astratta o moralistica, ma per una ragione concreta, quasi contabile: nessuno sviluppo serio del Sud è possibile dove i mercati sono inquinati dalla concorrenza criminale, dove gli appalti sono pilotati, dove l’impresa onesta è strutturalmente svantaggiata rispetto a quella infiltrata. La legalità non è il contrario dello sviluppo: ne è la precondizione. Un euro investito nella trasparenza degli appalti, nella confisca e nel riuso dei beni mafiosi, nell’educazione alla legalità nelle scuole del Salento e della Puglia, è il primo e più redditizio investimento sullo sviluppo del nostro territorio. È quello che Falcone aveva capito da magistrato. È quello che dobbiamo fare nostro da cittadini.
Oggi, alle 17:58, in tutta Italia, si è osservato un minuto di silenzio. È giusto. Ma il modo più alto di onorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e tutti gli agenti caduti non è il silenzio di un minuto. È il rumore quotidiano di un Paese che continua a seguire il denaro, a negare il consenso, a educare i propri giovani, a costruire dal basso comunità in cui la mafia non trovi più terreno. Trentaquattro anni dopo Capaci, questa è ancora la nostra parte di lavoro. E dal Sud — che di quel sacrificio è stato la terra e insieme la prima vittima — è la parte di lavoro che ci riguarda più di ogni altra.
Fonti: Quirinale — dichiarazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 34° anniversario della strage di Capaci, 23 maggio 2026; dichiarazione della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, 23 maggio 2026; Fondazione Giovanni e Francesca Falcone — programma del 34° anniversario, tema “Il segno della rinascita”; Sky TG24, “Strage di Capaci, le celebrazioni a Palermo per il 34° anniversario”, 23 maggio 2026; PalermoToday, “Strage di Capaci, 34 anni dopo: gli eventi” e “i messaggi e le reazioni”, 23 maggio 2026; dichiarazioni di Maria Falcone, presidente della Fondazione Falcone, e del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, 23 maggio 2026; ricostruzione della strage di Capaci del 23 maggio 1992 e della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992; atti del Maxiprocesso di Palermo (1986-1987); Legge 13 settembre 1982 n. 646 (Rognoni-La Torre), istitutiva del reato di associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.) e della confisca dei beni; Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e Guardia di Finanza di Caserta, inchiesta sulla frode nel settore dei carburanti, maggio 2026; dichiarazioni e scritti di Paolo Borsellino.















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